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frosinone casa circondarialeVivere il diaconato all’interno di una struttura detentiva: è la storia di Giancarlo che, dal marzo dello scorso anno, ogni mattina si reca presso il carcere di Frosinone


Rumori di chiavi, di una serratura che si apre affinchè tu possa varcare il primo cancello, che si richiude subito dopo il tuo passaggio. Succede anche con il secondo, il terzo. Finché non arrivi al piano che ospita la stanza adibita per il colloquio con i detenuti. «Ma a questo passaggio dal “mondo esterno” al mondo a sé che è la Casa Circondariale non ci si abitua mai, neppure quando diviene routine».
È Un’immagine forte quella che racconta Giancarlo, diacono permanente della diocesi di Frosinone, che ogni mattina si reca nella struttura carceraria della cità, dove ha iniziato a venire a marzo 2014, per intraprendere un’esperienza di carità e servizio, su indicazione del vescovo Ambrogio Spreafico, proseguendo il cammino di preparazione al diaconato.
Nell’omelia dell’ordinazione avvenuta nella domenica della Misericordia, il 12 aprile di quest’anno, ai cinque diaconi Spreafico chiese di «comunicare questo senso bello e gioioso di un ministero vissuto al servizio dei poveri con misericordia e donando a tutti quella pace che il Signore concede a noi tutti».
Incontrare Giancarlo è un piccolo dono: dal tono calmo della voce non traspare soltanto il racconto delle sue attività quotidiane all’interno della struttura di via Cerreto, ma l’aspetto umano e cristiano di questa esperienza divenuta ormai a “tempo pieno”. «Sento il bisogno di andare tutti i giorni», ci confida. E la settimana scorre veloce: lunedì e martedì dedicati ai colloqui; mercoledì, giovedì e venerdì, si celebra la Santa Messa nella Cappella – con la partecipazione di detenuti provenienti da varie sezioni della struttura – poi iniziano i colloqui; anche il sabato incontra i detenuti e alle 13 si celebra la Santa Messa con il cappellano don Guido. Ma al sabato, spesso, ritaglia anche un momento di svago con la lezione di balli di gruppo in cui si cimentano Giancarlo e la moglie Pina, sposati da 49 anni, che vivono insieme il ministero che lui svolge in carcere e nella parrocchia dei Ss. Giuseppe e Ambrogio a Ferentino. Perché la famiglia è condivisione e sostegno.
Proprio il contrario di quanto accade nella vita di molti detenuti: il reato commesso non colpisce (e punisce) soltanto chi lo commette, ma anche la sua famiglia. Dai colloqui personali, spiega Giancarlo, vengono fuori vari aspetti: «Dalla vergogna dei familiari che non vogliono far sapere dove sia il proprio congiunto a quelli che si rifiutano di visitarli in carcere». Spesso, allora, dopo l’iniziale diffidenza – e a volta lo scontro verbale – si instaura un rapporto di fiducia reciproca e il sostegno e l’aiuto che gli uomini chiedono è «che cosa devo fare? Aiutami». Nei detenuti più giovani, si fa più forte l’assenza della famiglia; negli adulti, la privazione maggiore è l’aver lasciato (o perso) moglie e figli; mentre il sentimento di fallimento pervade soprattutto gli anziani.
La mancanza della libertà fa abituare alle privazioni quotidiane, come una chiacchierata con un amico che ti ascolta o «ti chiama per nome, eliminando quella distanza imposta dall’uso del “lei”», spiega Giancarlo, sottolineando il forte bisogno di contatto umano come una semplice «stretta di mano o un abbraccio fraterno». Una bella occasione di condivisione e amicizia sarà anche il pranzo di Natale che ogni anno il vescovo, con alcuni sacerdoti e volontari, condivide con detenuti e personale (nella foto, un'immagine dello scorso anno).

di Roberta Ceccarelli
Articolo pubblicato domenica 8 novembre su Laziosette, inserto regionale del quotidiano Avvenire, a pagina 2