Andrea Riccardi Assemblea Diocesana 2016 prima giornata

“Misericordia è missione”

Assemblea della Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino

Relazione di Andrea Riccardi, 1 Ottobre 2016

Ringrazio di essere stato invitato ad aprire questo anno, che è un anno di vita della chiesa di Frosinone -Veroli - Ferentino, in un momento in cui ci si raccoglie per guardare al futuro. Il tema che mi è stato assegnato - misericordia è missione - è il tema del giubileo, che si sta per concludere.

Questo non è un giubileo preparato a lungo come fu quello del Duemila, con tre anni tematici e una architettura articolata. E’ un giubileo straordinario, che però nasce quasi improvviso nel cuore del tempo ordinario. Come se la chiesa riproponesse le parole del noto passo della lettera agli Ebrei: “Dio fissa di nuovo un giorno, oggi, dicendo in Davide dopo tanto tempo: oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori” (Eb 4,7). Il giubileo è un nuovo oggi, un oggi per ognuno di noi, un oggi per le nostre comunità, un oggi per le nostre città, per i nostri paesi, per le nostre famiglie, un oggi per questa terra.

Il Papa, fissando il giubileo, lo ha legato ad un avvenimento storico, il Concilio Vaticano II. Il Concilio è riproposto dal Papa come una bussola. Nel Concilio troviamo le indicazioni per esplorare il nostro oggi, se vogliamo evitare delle letture sul presente emotive, soggettive o banali. Infatti, quando affrontiamo la vita quotidiana (i piccoli eventi della nostra vita, del territorio, oppure gli eventi più grandi) non sappiamo farci un’idea chiara. Siamo emotivi. Diventiamo pessimisti, ottimisti, più o meno arrabbiati. Ma noi dobbiamo capire questo “oggi”, cioè questo nostro tempo! Giovanni XXIII parlava (nella costituzione di indizione del Concilio “Humanae salutis”) di segni dei tempi. È una parola che dobbiamo tenere a mente. Diceva: “Fra tanta tenebrosa caligine scorgiamo indizi non pochi che sembrano offrire auspici di un’epoca migliore per la chiesa e l’umanità”[1].

L’espressione “segni dei tempi”, che è un’espressione evangelica, unica, divenne la chiave di volta per leggere il tempo in modo nuovo, non con pessimismo. Infatti, troppo spesso nella chiesa siamo stati abituati a guardare alla realtà con pessimismo: “tutto va male”. Oppure: “il nostro è un tempo immorale, un tempo andava bene, un tempo la gente anche nelle nostre terre era più seria, era più vicina all’etica, c’erano comportamenti più corretti”. Più avanzano gli anni e più si pensa che il passato sia migliore del presente. Non siamo troppo pessimisti anche oggi?

Il Concilio fu il rifiuto del pessimismo sul proprio tempo e l’apertura dell’oggi al regno di Dio. Giovanni XXIII proprio aprendo il Concilio archiviò i miti della decadenza, dissentendo da quelli che chiamava i profeti di sventura. Disse: “Nei tempi moderni essi non vedono che prevaricazione e rovina e vanno dicendo che la nostra età nei confronti di quella passata è andata peggiorando”[2]. Ma anche oggi noi abbiamo i profeti di sventura. I profeti di sventura oggi sono alcuni blogger, sono in televisione, sono i populismi per cui “tutto va male”, “tutto è corruzione”, “saremo invasi dal sud”, “siamo alla fine”.

Il pessimismo oggi è una grande barriera difensiva, che ci sgrava dalla responsabilità di cercare nel presente elementi positivi. Il pessimismo ci sgrava dalla responsabilità di fare qualcosa. Apriamo la televisione e vediamo il caos in Siria, la guerra, i barconi che traversano il Mediterraneo, le persone che muoiono e ci chiediamo: “Che ci posso fare? Io sono una donna qualsiasi, un uomo qualsiasi, un giovane. Tutto va male, ma che ci posso fare?” Giovanni XXIII con un passaggio divenuto famoso del discorso di apertura del Concilio affermava: “la Chiesa preferisce usare la medicina della misericordia invece che imbracciare le armi del rigore”[3]. Il pessimismo ci porta alla fine ad essere duri, ad essere senza misericordia. Infatti, se non si può far niente, se non si possono curare le ferite del nostro tempo, allora ci concentriamo su noi stessi, pensiamo a noi stessi e non c’è niente che possiamo fare.

In realtà, dal Concilio in poi, una delle grandi chiavi di comprensione della missione della Chiesa è la medicina della misericordia. Parlando di essa il Papa contraddiceva un atteggiamento della Chiesa che si sentiva spaventata e attaccata, dunque che condannava. Spesso l’atteggiamento di condanna nasce dalla paura. Giovanni XXIII morendo disse al suo segretario, don Loris Capovilla: “Non ci siamo fermati a raccogliere i sassi che ci vengono tirati”. Per usare la medicina della misericordia bisogna guardare il tempo, gli altri, la vita, la storia, in un modo nuovo. La storia non è cattiva, non è straniera, anche se viene da persone e da vicende lontane e non battezzate dalla Chiesa. Non si capisce il nostro tempo senza misericordia! Non si capiscono gli altri senza misericordia. Nella tua stessa vita familiare, se non hai misericordia non capisci le nuove generazioni, i tuoi anziani, le persone che incontri. Senza misericordia gli altri non li capisci e non li sopporti.

Giovanni Vannucci, uno spirituale italiano del Novecento ha scritto che bisogna amare per conoscere, bisogna conoscere per amare[4]. Spesso noi non amiamo perché non conosciamo, perché siamo pieni di pregiudizi verso i vicini e i lontani. Proviamo, all’inizio di un anno, a rileggere la nostra realtà. La Gaudium et spes afferma: “E’ dovere permanente della chiesa scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo”[5]. Paolo VI, chiudendo il Concilio con un discorso molto bello, ma a lungo dimenticato, che Papa Francesco ha ripreso nella bolla per il giubileo, ha dichiarato: “L’antica storia del samaritano è stato il paradigma della spiritualità del concilio. Una simpatia immensa l’ha pervaso. La scoperta dei bisogni umani ha assorbito l’attenzione del nostro sinodo”[6].

Quello che vorrei sottolineare nella spiritualità del concilio, nella spiritualità di oggi e di papa Francesco, è la simpatia. Non è una parola superficiale. E’ la capacità di guardare con misericordia, con amore gli altri e il nostro tempo. Siamo in un tempo di antipatie. Soffriamo di antipatia spesso per la realtà che invade il nostro tempo. La parola simpatia identifica l’atteggiamento del concilio verso l’oggi. Ma noi non viviamo invece nel tempo dell’antipatia? Chiediamocelo! Perché l’antipatia è l’anticamera del conflitto.

Riprendendo le parole appena citate di Paolo VI, vorrei dire che la parabola del buon samaritano si realizza in mezzo alla strada e mostra due personaggi di religione differente: uno era un samaritano e l’altro probabilmente era un ebreo, per di più un uomo povero. La chiave della parabola sta nella scelta del samaritano di fermarsi, di avere compassione e di rendersi responsabilmente conto del ferito che incontra, tanto che Origene ed altri dicono che il vero samaritano è Gesù nei confronti della nostra umanità. Il samaritano vive con simpatia la vicenda dell’uomo mezzo morto, che pure gli è estraneo. Bisogna interessarsi di quello che è fuori, bisogna interessarsi di quello che è altro rispetto alla nostra vita. La scelta del vangelo è fermarsi accanto all’altro, è la scelta della simpatia. In una diocesi, in una parrocchia, in una realtà locale, fare la scelta del samaritano e della simpatia, porta ad un rinnovamento profondo: innanzitutto uscire per strada.

Quanto insiste Papa Francesco sul tema di uscire! Uscire vuol dire avere un atteggiamento libero nei confronti del conformismo contemporaneo. Carl Gustav Jung, un grande autore del pensiero psicoanalitico che approfondisce l’aspetto spirituale, sosteneva che il conformismo è la religione del nostro tempo, e che, quando ci si sottrae ai dogmi e ai giudizi del conformismo si prova un forte senso di colpa. E’ necessario allora uscire per strada e osservare i segni dei tempi, vedere gli altri. Paolo VI dice parlando dei segni dei tempi: “Il nostro momento ci richiama allo studio dei segni dei tempi che fonda il nostro apostolato in mezzo al mondo contemporaneo”. E poi aggiunge con una espressione bellissima: “Il mondo per noi diventa un libro”[7].

Il mondo è un libro. San Francesco parlava della natura come un libro, ma c’è un altro libro, che è il libro della vita, della storia, la storia piccola del tuo paese, del tuo ambiente, la storia grande del mondo. Spesso noi siamo ignoranti su questo, siamo analfabeti della storia degli altri, della storia del mondo. Non tocchiamo scenari internazionali, perché tanto spesso davanti alle notizie di guerra (pensiamo alla Siria) siamo come disorientati. Ma siamo anche ignoranti della piccola storia del nostro territorio, ignoranti perché disinteressati, perché per conoscere bisogna amare e se non si ama non si conosce. Ignoranti perché non leggiamo con interesse la vita, e questo si deve anche all’egocentrismo del nostro tempo. Questo nostro tempo, come afferma Zygmunt Bauman, risuona potente di tante grida tutte uguali: io, io, io, io. Il tempo dell’io. Non sappiamo leggere il libro della vita perché non leggiamo mai un libro. Ciò implica, però, il rinunciare alla riflessione. Non sappiamo leggere il libro della vita perché non leggiamo il libro della Bibbia, che è lampada ai nostri passi. Spesso siamo tutti un po’ sonnambuli, abbiamo fretta, andiamo da una parte all’altra e non ci accorgiamo di quello che succede attorno a noi. La misericordia come missione vuol dire cominciare a leggere il libro della vita con misericordia, con simpatia, scrutando i segni dei tempi.

Simpatia non è un facile ottimismo, ma è l’attitudine impegnata del buon samaritano. Un tempo nei nostri paesi c’erano gli eruditi locali. Erano quelli che si mettevano a studiare Veroli, Ferentino e ricostruivano una storia, leggevano le pietre, i monumenti, le chiese, scrutavano la vita e la leggevano come un libro. Noi dobbiamo metterci a rileggere la vita e rileggendo la vita del nostro quartiere scopriremo che accanto a casa nostra ci sono casi di dolore, ma ci sono anche persone, uomini e donne che aspettano una parola, che avrebbero voglia di fare. Questo vale anche per i sacerdoti, i quali tante volte affrontano la loro parrocchia in modo scontato pensando di conoscere tutto e tutti. Ma la gente cambia! Quello che sono io oggi non è quello che io ero ieri! Un territorio cambia! Il mondo globale è sottoposto a profondi e grandi cambiamenti. Il mondo, il nostro paese, la nostra città, diventano un libro. L’amore, la misericordia, significa interesse e partecipazione.

Il grande problema dei nostri tempi è l’indifferenza. Ad Assisi Papa Francesco ha parlato del paganesimo dell’indifferenza. L’indifferenza è pagana, è ignorante, è una forma di analfabetismo. E quando tu sei indifferente agli altri, quando tu non hai un amore nella vita se non comprare, vendere, acquistare, consumare, sei un infelice. Le nostre sono società infelici, perché sono società di gente che è innamorata di niente.

Oggi viviamo nella stagione della globalizzazione. Nelle stagioni precedenti lo sviluppo è stato visibile. Quando c’è stata la guerra, ma anche nel dopoguerra, la Ciociaria ha conosciuto dei cambiamenti profondi e visibili. La globalizzazione invece sembra non cambiare niente, eppure ha segnato la fine delle distanze, delle frontiere della lontananza. La prima telefonata con il cellulare, ad esempio, è partita nel 1991 da un telefonino finlandese. Ma oggi, a distanza di pochi anni, senza telefonino non potremmo vivere. La globalizzazione ha cambiato le frontiere e si è realizzato attorno a noi un pluralismo inedito, etnico e religioso. In queste nostre terre, se 40 anni fa veniva uno di un’origine etnica diversa, gli avrebbero fatto le foto per strada o avrebbero avuto paura. Oggi siamo abituati al pluralismo etnico e religioso. Il mondo della globalità è un mondo complicatissimo. Chi avrebbe detto che per capire i tuoi vicini di casa dovevi capire cos’era l’islam? Chi avrebbe detto che i tuoi figli sarebbero andati a scuola con persone di tradizione, cultura e religione differenti? Siamo in un mondo complicato.

Davanti a questo mondo complicato, spesso le nostre chiese si sono rinchiuse cercando rifugio e non navigando in alto mare. Abbiamo detto: “ormai la chiesa è diventata una minoranza, che però sia una minoranza di puri e di duri, di veri credenti, un atteggiamento difensivo, fare battaglie culturali”. Un cristianesimo di pochi e clericale. Dove è finita allora la simpatia di cui parlava il Vaticano II? Dove è finito il discorso di Paolo VI: “una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal concilio sul mondo moderno”?

Joseph Ratzinger nel 1967 con molta lucidità scriveva: “Il concilio segna il passaggio da un atteggiamento conservatore a un atteggiamento missionario. [...] Il concetto conciliare contrario a conservatore non è progressista, ma missionario”. Questo è il punto della recezione del concilio. Se ne è spesso parlato in termini di conservatori e progressisti. Ma il contrario di conservatore è missionario, la missione della misericordia. Siamo diventati pochi, chiusi tra noi e spaventati. Papa Francesco ritiene che una chiesa spaventata, arrabbiata con il mondo e pessimista non sia attrattiva. In fondo molte nostre comunità hanno perso attrazione nei confronti dei giovani, dei lontani. Abbiamo parlato troppo dei nostri valori, dei nostri principi e poco della misericordia. In questo giubileo abbiamo una grande grazia e una grande forza che viene da papa Francesco, il primo papa che è figlio del concilio (Giovanni Paolo II e Paolo VI erano dei padri del concilio, Ratzinger ne era stato un importante teologo). “Abbattute le muraglie che per troppo tempo avevano rinchiuso la chiesa in una cittadella, era giunto il tempo di annunciare il vangelo in modo muovo, un nuova tappa nell’evangelizzazione di sempre. La Chiesa sentiva la responsabilità di essere nel mondo il segno vivo dell’amore del padre”[8]. Mi sembra che questa è l’intuizione del giubileo, una Chiesa segno vivo dell’amore del padre mediante l’entusiasmo e la passione dei cristiani. Anche l’entusiasmo è importante. L’etimologia di entusiasmo deriva dal greco “Dio in noi”. Lo spirito del concilio non è fatto di teologi o preti, ma deve diventare una realtà di popolo che incarni la misericordia del vangelo. La presenza della porta santa in ogni diocesi e più porte sante in una diocesi manifesta come questo giubileo sia un fatto di popolo e non di élite. Nella bolla si afferma: “Attraversando la porta santa ci lasceremo abbracciare dalla misericordia di Dio e ci impegneremo ad essere misericordiosi, uscire ed entrare in una nuova stagione di misericordia”[9]. Dobbiamo diventare popolo della misericordia sul territorio, nelle città, nei paesi e questo vuol dire recepire il Concilio. Nella vita di una società, e nella vita di società morte come sono le nostre, in cui la politica ha perso ogni qualità e in cui non ci sono proposte, essere popolo della misericordia vuol dire cambiare. In altre stagioni nei nostri ambienti, anche giustamente, ci si lamentava di anticlericalismo, di opposizione alla chiesa. Oggi c’è una grande domanda – magari ambigua - di spiritualità. Qual è la nostra capacità di intercettare le domande? Qual è la nostra capacità di rispondere? Rispondere vuol dire parlare con le persone, non vuol dire proclamare verità. Rispondere vuol dire intercettare i cento itinerari personali di ciascuno. Questo può farlo un popolo della misericordia.

Oggi la chiesa è una delle poche realtà portatrice di senso sul territorio. Diventare popolo della misericordia vuol dire prima di tutto portare la buona parola del vangelo. Come dice papa Francesco nell’Evangeli Gaudium, portare la parola del vangelo vuol dire prima di tutto parlare gli uni con gli altri. La missione è parlare gli uni con gli altri. Con le nostre parole del vangelo ascoltare e comunicare. Due, vuol dire amare i poveri. Tre, vuol dire rifare i legami della società. Il giubileo fissa un tempo opportuno, la lettera agli ebrei dice di esortarci a vicenda ogni giorno finché dura quest’oggi, affinché nessuno di noi si indurisca.

Davanti all’oggi noi rinviamo. Ma il senso di un’assemblea diocesana vuol dire “oggi”, “quest’anno”, non “ieri” e non “domani”. La nostra abitudine è in genere rinviare. Giovanni Crisostomo dice: <<rinviare è l’inizio del dimenticare>>. Per questo c’è un’assemblea diocesana, per dire “noi oggi”. E allora, cari amici, c’è un territorio da riscoprire che è il tuo paese, la tua parrocchia, la tua città, l’ambiente in cui vivi. Sono i paesaggi di sempre, ma gli uomini cambiano. Mosè ascoltò presso il roveto ardente queste parole: <<togliti i sandali perché il luogo dove tu stai è terra santa.>> La voce da dove veniva? Veniva dal roveto ardente e chiedeva a Mosè di non calpestare quella terra con i sandali. Noi spesso calpestiamo il territorio dove viviamo con un passo pesante, con un passo raffreddato. Il grande studioso ebraico Heschel così interpreta: <<da dove parlava Dio? Dio parlava dalle spine del roveto perché condivideva la sofferenza del suo popolo.>> Sul tuo territorio Dio parla dalle spine, dalla sofferenza della gente.

Ma non parliamo solo del nostro territorio, della nostra diocesi, che siamo chiamati a rivisitare. Parliamo un momento anche del mondo. Questo è stato un giubileo quasi coincidente con l’inizio di una terribile campagna terroristica contro l’Europa. Pensate alla Francia, un paese a noi tanto vicino, al terribile attentato terroristico del Bataclan di Parigi, e poi a quello di Nizza. Pensate all’uccisione di padre Hamel a Rouen, un vecchio prete di 82 anni, ucciso sull’altare da due ragazzi stupidi e vigliacchi per mostrare ed esibire la forza del terrore. Sono allarmanti soprattutto gli scenari delle guerre, come quella in Siria che dura da 5 anni, con circa 300 mila morti e 8 milioni di profughi. Ci lamentiamo dei rifugiati che vengono in Europa, ma è una follia perché è come se la casa del tuoi vicini prendesse fuoco e i vicini si riparano a casa tua. Il problema non sono i vicini che vengono a casa tua, ma la casa che brucia! Pensiamo all’assedio di Aleppo, sotto i bombardamenti da giorni e giorni. La guerra - diceva un antico Papa - è demoniaca. La guerra è la madre di tutte le povertà.

Davanti alla guerra in Siria la comunità internazionale ha dimostrato la sua totale impotenza. Dio parla dalle spine di quella guerra. Uccidere è diventata un’esperienza macabra: ha attratto 25 mila giovani europei (i così detti foreign fighters), non tutti di origine musulmana. Vi ricordate la guerra in Iraq, le grandi manifestazioni, le parole di pace a partire da Giovanni Paolo II? Che abbiamo fatto per la Siria? Avete visto persone che scendevano in piazza, che gridavano: “pace per la Siria”? No, perché ci crediamo impotenti e quindi siamo indifferenti. Chi ha gridato perché i bambini di Aleppo morivano sotto le bombe o restavano senza acqua? Non è stato così anni fa a Sarajevo. Si potrebbe pensare: “A che servono le manifestazioni? Io potrei obiettare: “A che serve che uno se ne sta a casa?”. Il livello della politica internazionale non subisce più le pressioni dell’opinione pubblica. Dio parla dalle spine di Sarajevo e della guerra in Siria, ma lo abbiamo ascoltato? Questo è un punto molto importante: non debbono essere i cristiani a prendere una iniziativa di pace?

Il Papa, salendo Assisi il 20 Settembre scorso, nel trentesimo anniversario del primo incontro inter-religioso di Assisi, ha affermato: “Mai la guerra può essere considerata santa”. Non debbono i cristiani riprendere un interesse per la pace? La guerra non è così lontana, è quasi alle nostre porte. E qui vi voglio citare l’inizio di questo giubileo. Il papa ha deciso di aprire la prima porta santa non a san Pietro o a san Paolo, ma a Bangui, in Centrafrica. Questa nazione è nel cuore dell’Africa ed è un Paese dove si riversano tutti i problemi (conflitti tra bande criminali, terroristiche, tra cristiani e mussulmani). E’ un Paese in cui lo Stato era morto. Ho parlato a lungo con il presidente del Centrafrica ad Assisi; egli mi ha espresso la gratitudine per il lavoro di Sant’Egidio e mi ha detto che quel gesto del Papa è stato un segnale di pace importante. La pace non è impossibile. Tutti possono fare la guerra nel nostro tempo, due ragazzi stupidi possono compiere un atto terroristico terribile, ma due persone intelligenti possono lavorare molto per la pace. Nel mondo globale, pochi possono molto, in bene e in male. Su un blog puoi rovinare una persona, ma su un blog puoi far correre un’idea. Purtroppo, lasciando la scena della storia ai fanatici e ai terroristi, noi optiamo per il paganesimo dell’indifferenza.

Una delle proposte che io vi faccio è di rileggere le spine della vita e di imparare a guardare il mondo, la pace e il proprio territorio. Frosinone è un territorio investito dalla globalizzazione tra periferia e città. E’ un territorio a rischio di diventare una grande periferia, quindi anche uno scarico della città e di Roma. Parlo del grande rischio della periferizzazione, dell’anonimato, ma anche, come ha detto molto bene il vostro vescovo: “E’ una terra non amata, che è stata violentata dall’inquinamento e dalla speculazione economica”[10]. Riprendere l’iniziativa sul territorio vuol dire lottare contro la periferizzazione e l’anonimato della nostra terra, della vostra terra.

C’è una riposta ancora, la risposta della misericordia. Il giubileo della misericordia è la speranza che si può cambiare. L’apertura della porta santa a Bangui è un segno. Il giubileo della misericordia è per ciascuno misurarsi con le spine e i dolori del nostro tempo. Esso domanda una riposta di misericordia, amore, liberazione e compassione. Mi ha molto colpito un’espressione dell’arcivescovo ortodosso di Tirana: “Il contrario della pace è l’egocentrismo”[11]. Ha ragione, perché con l’egocentrismo comincia l’antipatia, i conflitti e alla fine la guerra. L’egocentrismo corrode la pace, permette la guerra con indifferenza ed alimenta i conflitti concorrenti e aggressivi. Nel nostro tempo noi viviamo una cultura dell’io, una cultura autocentrata ed egocentrica. Il nostro è un tempo della “morte del prossimo”, come afferma Luigi Zoja[12]. La morte del prossimo per l’affermazione prorompente dell’egocentrismo, che è anche la crisi di tante famiglie, la fatica di vivere insieme con gli altri. La misericordia cura l’egocentrismo, la misericordia cura la tristezza di tanti e aiuta a scoprire che c’è più gioia nel dare che nel ricevere.

Attraverso i mille legami dell’attenzione si crea, in un mondo egocentrico, una cultura della misericordia. Creiamo un ambiente di misericordia, compassione, simpatia, partecipazione. Tanti sentimenti come l’amore, l’attenzione e la preghiera mobilitano le energie profonde della storia. La preghiera, come Gesù insegna, sposta le montagne. La preghiera, come amava ripetere Giorgio la Pira, smuove le profondità della storia.

Cari amici, non bisogna fare cose nuove. Noi abbiamo l’idea che per scuotere i tempi bisogna fare qualcosa di grandioso. Le cose nuove sono cose che possiamo trarre dal tesoro della misericordia. Sono comportamenti nuovi, preghiera, azione. Nella nostra realtà ci sono forze umili, ma reali. C’è una potenza dell’amore, spesso non utilizzata, perché la misericordia chiama altra misericordia e suscita negli altri misericordia.

Vorrei sottolineare come il primo segno che ci interroga sono i poveri. Nelle nostre istituzioni caritatevoli abbiamo troppo spesso parlato di “utenti” e di “casi”, ma i poveri ci interrogano in maniera personale. Giovanni Crisostomo afferma: “Il Signore si accosta a te come un povero, tu non lo vuoi ascoltare, lo rimproveri. Se per dare un po’ di pane e un po’ di denaro sei così avaro ed esitante, se dovessi privarti di tutto cosa diventeresti?”[13]. I poveri sono una realtà e un messaggio, sono maestri della misericordia, sono una spina nella nostra società, sono un segno dei tempi. Rileggiamo il brano di Mt 25, la parabola del giudizio finale, e capiremo che il povero, come sosteneva Olivier Clément e lo stesso Giovanni Crisostomo, è un sacramento di Gesù. Pensiamo ai rifugiati. Possiamo vederli come degli invasori che ci portano via lo spazio, come accaduto a Capalbio, il luogo in cui si radunava per le vacanze l’intellettualità di sinistra: per accogliere venti rifugiati sembrava arrivassero i barbari! Ma molto spesso l’accoglienza ai rifugiati ha fatto crescere la comunità. Mi diceva il cardinale Shonbörn, arcivescovo di Vienna, città in cui le comunità parrocchiali non sono molto vivaci: “Non ho mai visto tanta gente nelle parrocchie da quando ospitiamo i rifugiati”. La gente ha voglia di fare! L’esperienza che la comunità di sant’Egidio sta facendo con i corridori umanitari insieme con i valdesi mostra come sono più le offerte di aiuto che le persone da aiutare! I poveri aiutano, oltre domandare di essere aiutati. Rileggiamo con misericordia il nostro territorio, guardiamo il mondo con misericordia, prendiamo in mano le spine, guardiamo in faccia la gente. Certo, qualcuno potrebbe dirmi alla fine: “Quale sarà il nostro futuro? Cosa contiamo qui? Che conta Frosinone? Ma che conta l’Italia? Cosa conta un giovane?” I giovani oggi sembra che non contino niente. Siamo in un mondo in cui gli adulti allargano i loro spazi. Si è adulti dai 25 ai 75 anni. Nella vita però si può contare. Cosa contavano i nostri vecchi quando furono portati alla guerra mondiale? Niente! Furono trascinati in una guerra senza rendersene conto.

Io credo che noi possiamo contare, possiamo cambiare i nostri ambienti e il mondo se investiamo sugli altri con misericordia. Un tempo complicato chiede la guida sicura della misericordia. La misericordia è la sfida alla crudeltà del nostro tempo, alla crudeltà della guerra, ma anche a quella dell’economia che fa mancare il lavoro a tanti e ai giovani.

Concludo con le parole di Giovanni Crisostomo, antico padre della chiesa, amico del vangelo e dei poveri: “Ascoltiamo il Signore che dice: siate misericordiosi come il padre vostro. Certamente pur dicendo molte cose, non ha usato questa espressione in nessuna occasione, ma soltanto a proposito dei misericordiosi. […] Di fatto nulla ci rende pari a Dio come fare del bene”[14]. Un uomo misericordioso è un uomo deificato, trasfigurato. Questo vuol dire che quel poveraccio che sono io, che è ognuno di noi, quella persona con poche risorse, con tanti limiti, diventando misericordioso, in una qualche misura diventa simile a Dio. Uomini misericordiosi e donne misericordiose possono rendere le nostre città migliori, ma addirittura uomini e donne misericordiose possono cambiare il mondo!



[1]Giovanni XXIII, Cost. apost. Humanae salutis, AAS 54 (1962).

[2]Giovanni XXIII, Discorso Gaudet mater ecclesia nella solenne apertura del Concilio, AAS 54 (1962).

[3] Ibid.

[4]G. Vannucci, Libertà dello Spirito, Sotto il Monte (BG) 1967.

[5]CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Gaudium et spes, cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, in AAS, 58 (1966)

[6]Paolo VI, Omelia Hodie concilium nella Sessione IX del concilio, 7.12.1965, AAS 58(1966).

[7]Paolo VI, Udienza generale 16.4.1969

[8]Francesco, Misericordiae Vultus, Bolla di indizione del giubileo straordinario della misericordia.

[9] Ibid.

[10] Cf. Sfida verde del vescovo di Frosinone Ambrogio Spreafico: «Prima di fare l’omelia chiedo i dati sui rifiuti»,

Intervista di Fabrizio Caccia, Corriere della Sera del 30.1.2016 (http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/16_gennaio_30/sfida-verde-vescovo-frosinone-ambrogio-spreafico-prima-fare-l-omelia-chiedo-dati-rifiuti-8e80955c-c71e-11e5-b16b-305158216b61.shtml)

[11] Cf. Anastasios, Intervento del 6.9.2015 a Tirana, meeting “Peace is possible” (http://www.santegidio.org/pageID/7712/langID/it/text/1320/Contributo-di-Anastasios-Arcivescovo-di-Tirana-e-Primate-della-Chiesa-ortodossa-autocefala-di-Albania.html)

[12] Cf. L. Zoja, La morte del prossimo, Torino 2009.

[13]Giovanni Crisostomo, Discorsi sul povero Lazzaro, Roma 2009.