Menu
 
0
0
0
s2sdefault
Venerdì 10 aprile 2020
Parrocchia Sant'Agata - Ferentino
Sono disponibili due video:
- integrale a questo link
- estratto dell'omelia: qui.
Foto Venerdì Santo

Care sorelle e cari fratelli,

siamo qui davanti al Signore che va verso la Passione e morte. Lo accompagniamo con le donne e il discepolo che Gesù amava. Egli si è “caricato le nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori”. Quanto sarà diventata pensante quella croce, mentre lo seguiamo in questi giorni difficili, dove la malattia ha colpito e messo a morte molte persone. Crediamo che il Signore si stia addossando anche queste sofferenze, la sofferenza di chi muore solo, dei familiari che lo piangono, come la fatica dei medici e degli infermieri che li curano. Mi sembra oggi di vedere Gesù alla testa di un grande corteo di gente che soffre, colpita dal male. Egli, l’unico giusto, si è addossato anche questo male. Non vogliamo distogliere lo sguardo da tanto dolore, non vogliamo scappare nel nostro benessere o malessere che siano, magari lamentandoci o impazienti e irritati per l’isolamento che rende la vita più difficile. Seguiamo Gesù con nel cuore i tanti che soffrono, vicino a noi, come gli anziani soli o le molte persone bisognose dell’essenziale, oppure quelle più lontane da noi che forse in questi giorni abbiamo dimenticato, come i paesi in guerra, i profughi della Siria o della Libia, quelli ammassati a Lesbo o alle porte dell’Europa. La croce del Signore ce li ricorda tutti!

Siamo qui nella Chiesa di Sant’Agata a Ferentino, dove viene venerato un antico crocifisso, con Gesù dolente, crocifisso che ha resistito a tante calamità ed anche alla guerra. Ho voluto che fosse un segno per noi, per le nostre città, i nostri paesi, le nostre case, le strade, i luoghi dove ognuno vive ogni giorno. È come se oggi quel crocifisso volesse simbolicamente percorrere le nostre strade, come se volesse entrare nelle nostre case, negli ospedali, negli istituti per gli anziani, nei luoghi dove si affollano i poveri, i bisognosi, nelle carceri (proprio ieri sono stato al carcere di Frosinone), per prendersi sulle spalle le sofferenze e le fatiche di tutti. Sì, si è addossato il male con le nostre paure e i nostri egoismi, come dice il profeta: “Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti”.

Pochi sono rimasti con lui mentre portava la croce. Sono rimaste solo alcune donne, Maria sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala, e poi il discepolo Giovanni. Gesù anche dalla croce non pensa a se stesso, ma a loro e a noi. Conosce le nostre paure, il pericolo della dispersione, di una distanza che potrebbe segnare il nostro modo di vivere insieme. Compie un gesto che rimane come segno di ciò che noi siamo e dovremmo essere nel mondo: “Gesù.., vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: Donna, ecco tuo figlio! Poi disse al discepolo: Ecco tua madre! E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé”. Cari fratelli, dalla croce Gesù ci affida l’uno all’altro. Ecco la risposta di Gesù dalla croce, risposta che ci aiuta a guardare al futuro con speranza. Sotto la croce nasce la Chiesa, quella madre che si fa accanto a ognuno di noi, e noi discepoli la accogliamo, anche se peccatrice, come una madre di tenerezza, di bontà, di amore, perché lo possa essere attraverso di noi e le nostre comunità per l’umanità intera. Il mondo ha bisogno di questa madre che sa accogliere tutti e amare tutti. Pur nel dolore nasce una nuova famiglia, non “da sangue né da volere di carne”, ma generata da Dio. Cari amici, pur nella distanza a cui siamo tenuti, forse è il tempo di riscoprire la gioia di essere dentro questa famiglia, che nasce dal dolore della croce, ma che già aiuta a volgere lo sguardo verso la resurrezione.

Oggi allora, come fecero Giuseppe di Arimatea e Nicodemo, due ammiratori di Gesù che si erano tenuti fino allora a distanza, , da spettatori lontani diveniamo discepoli e amici che si prendono cura di lui, prendendoci cura di tutti coloro che portano il peso della croce nella sofferenza e nel dolore, nell’essere scartati e umiliati, coloro in cui Gesù stesso si è identificato. Saremo così già un segno della vittoria di Cristo sulla morte e di quell’unità della famiglia umana, di cui tutti abbiamo un grande bisogno e che l’Onnipotente ha voluto dall’eternità.


+ Ambrogio Vescovo


---
Si legga anche:
- Programma della 
Settimana Santa 2020
- Meditazioni per la Settimana Santa 
"Curare le ferite del corpo e dello spirito"
- La raccolta di video Distanti ma vicini - La Parola di Dio cura dell'anima
Coronavirus: informazioni e comunicazioni