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Sabato 20 giugno 2020
Piazzale Vittorio Veneto - Frosinone

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Care sorelle e cari fratelli,

siamo davvero contenti di poterci incontrare per la festa dei Santi Ormisda e Silverio, patroni di questa nostra città. Ho sempre amato questa festa, anche se forse non ha la tradizione che hanno altre feste, perché ci avvicina alla testimonianza cristiana di due uomini che anzitutto sono nostri predecessori nella fede in questa terra e ne hanno espresso l’unità e l’universalità nel loro essere stati vescovi di Roma e pontefici della Chiesa indivisa. Sento il bisogno proprio oggi della loro testimonianza. Infatti, in modi diversi, l’uno, Ormisda, con il suo impegno nel ricondurre all’unità la Chiesa d’Oriente e di Occidente, l’altro, Silverio, nella sofferenza del martirio, furono artigiani di pace e di unità. In questo tempo di dolore e di morte, in cui la pandemia ci ha costretto alla distanza, che a volte è diventata paura, divisione, recriminazione, facciamo più fatica a ricostruire quell’armonia del vivere insieme, così necessaria per noi e per il mondo.

Il Signore ci rende popolo universale in un tempo di sofferenza

Oggi vorrei ritrovassimo la gioia dell’essere insieme, soprattutto del ritrovarci attorno alla tavola del pane di vita eterna, l’Eucaristia, e della Parola di Dio. Le letture che abbiamo ascoltato ci parlano del pastore, un’immagine familiare per il tempo di Gesù e degli apostoli. Che cosa doveva fare il pastore?  Il suo compito era, e lo è ancora, quello di custodire il gregge, di farlo camminare assieme, di non perdere nessuna pecora, di curare quella ferita, di ritrovare quella perduta. Il Salmo 23 parla di Dio come nostro pastore, perché ci raduna, si occupa di noi, ci custodisce. Insomma, la sua vita, il suo compito, è occuparsi del gregge. Il suo unico interesse siamo noi. Ci protegge, ci sazia con il suo amore, “ci rinfranca, ci guida sulla strada giusta per amore del suo nome”. Nel buio dell’incertezza e della fragilità ci protegge dal male e ci libera dalla paura. Il suo amore è universale, raggiunge tutti ovunque nel mondo. Vorrei ricordassimo oggi i migranti e i rifugiati nella giornata mondiale a loro dedicata. Pensate che i rifugiati nel mondo sono 70,8 milioni, la maggior parte sfollati interni ai loro paesi o in paesi limitrofi, cioè donne e uomini che scappano per guerre, calamità naturali, povertà, malattie. Dal 1990 ad oggi quasi 50 mila di loro sono morti sulle rotte dell’immigrazione, sfruttati dai trafficanti di esseri umani e spesso dimenticati da tutti. Almeno preghiamo anche per loro perché cessi questa strage e si esca dall’indifferenza.  


Gesù ci chiama per nome

In questa festa il Signore vuole parlare al cuore di questa città e al nostro cuore, quasi come a fratelli e sorelle che lo seguono da tempo, come era Simone di Giovanni, poi chiamato Pietro, a cui il Signore si rivolge alla fine del Vangelo. Gesù lo chiama con il nome della sua famiglia, mostrando di conoscere la sua storia, la sua fragilità, la sua paura. Gesù ci chiama per nome, perché ci conosce, conosce la nostra storia, la nostra incertezza e fragilità, la nostra paura, il nostro peccato, il nostro modo di essere. Gesù non giudica Pietro, come non giudica noi, non lo rimprovera per averlo rinnegato, come non rimprovera noi – eppure ne avrebbe di motivi per farlo -, ma ci ricorda chi siamo, la nostra umanità. E poi chiede due volte: “Mi ami tu?”.  Ovviamente la risposta è ovvia: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Simone di Giovanni è molto sicuro, come lo saremmo noi, ma non ha risposto del tutto alla domanda di Gesù, che gli aveva chiesto: “mi ami tu?”. L’amore su cui Gesù lo interroga è quello gratuito, quello di Dio per noi. Simone, nella sua misura limitata, aveva risposto non “ti amo”, ma “ti voglio bene”. La terza volta Gesù capisce quel limite di Pietro e in un certo senso si piega a lui e gli chiede solo: “Mi vuoi bene?”. Cominciamo da qui, cari amici: almeno vogliamo bene a Gesù e vogliamoci bene tra noi. Lasciamo da parte le discordie, le liti, il parlar male, il giudizio, la rabbia, l’insulto sui social, la condivisione della cattiveria verso chiunque, l’arroganza. Almeno questo ci è richiesto! Senza questo non ci sarà mai pace, mai felicità, mai unità.


La rivoluzione dell’amore gratuito

Tuttavia, Gesù non si rassegna alla mezza misura e vorrebbe che Simone imparasse anche ad amare oltre che a voler bene. E allora aggiunge un invito: “Quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”. Cari amici, giovani o vecchi che siamo, tendiamo le mani e lasciamoci rivestire e guidare dal Signore e così impareremo ad amare come Lui ama noi. Ne abbiamo davvero tutti bisogno! Ne hanno bisogno soprattutto i più deboli, come gli anziani, i bisognosi, i poveri, e sono tanti, sempre di più. Se ci faremo guidare da Gesù, sapremo amare come lui e il mondo sarà migliore, più umano, più pacifico, più unito. Ce lo chiede Gesù, ma ce lo chiedono con lui i nostri santi patroni che si sono fatti amare e guidare da lui. Che fare allora? “Seguimi”, disse due volte Gesù a Pietro. Smettiamo di stare davanti. Mettiamoci con umiltà dietro a Gesù e saremo felici e renderemo bello il mondo. La solidarietà che molti anche in questa città hanno vissuto in questo tempo, aiutando tanta gente bisognosa, sia un segno di speranza per il futuro. Solo insieme ci salveremo, cari amici. Chi si ostina a pensare di salvarsi da solo, escludendo gli altri, si perderà e farà perdere anche gli altri. Auguro perciò a tutti voi e a questa città di vivere nella solidarietà e nell’amore vicendevole, perché solo così saremo in pace e in armonia qui e ovunque. Abbracciamo con gioia l’unica vera rivoluzione che può cambiare il mondo: quella dell’amore gratuito: è il contagio del bene.
Amen.


† Ambrogio Vescovo


Qui la Fotogallery Santi Patroni di Frosinone 2020

Il resoconto pubblicato su
  pdfAvvenire-Lazio-7_28-giugno-2020.pdf