Lunedì 20 giugno 2022
Piazzale Vittorio Veneto - Frosinone
S Silverio Ormisda




Cari fratelli e sorelle, 
celebriamo la festa dei santi Patroni della nostra città, i santi Ormisda e Silverio, due insigni pontefici della Chiesa di Roma, che in modi diversi hanno scelto di vivere secondo il Vangelo in un tempo difficile, in cui forse governavano di più i re e gli imperatori dei Pontefici. Eppure ambedue, in modi diversi, non si fecero intimidire. Ormisda, uomo di unità, fu all’origine della riunificazione della Chiesa di Costantinopoli con quella di Roma, la cui formula di fede è impressa sul reliquiario con cui riceveremo la benedizione, che contiene le reliquie dei due patroni, mentre Silverio fu costretto all’esilio nell’isola di Palmarola, dove morì di stenti e per questo è celebrato come martire. Sono due pastori, come abbiamo ascoltato nella prima lettura dal libro del profeta Ezechiele. L’immagine del pastore, oggi così poco usuale rispetto ai tempi della Bibbia, rappresenta la vita di qualcuno la cui vita è dedicata a prendersi cura del gregge, a tenerlo insieme e a farlo camminare insieme, perché solo così potrà vivere. La dispersione sarebbe la morte delle pecore. Si legge nel testo biblico: “Così dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna, le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine”. E’ il senso del cammino sinodale che stiamo facendo con tutta la Chiesa: camminare insieme, sostenersi, aiutarsi, costruire la nostra fraternità acculandoci l’uno dell’altro. 

   Il Signore si occupa di noi, come il pastore delle pecore, ha a cuore la nostra felicità, e per questo sa che quando ci disperdiamo, quando per paura, abitudine o costrizione, come tanti anziani soli o malati o tanti poveri, ci separiamo dagli altri, ci isoliamo, viviamo male, e rischiamo di cadere nella depressione, nel pessimismo, in una vita che non porta frutto e non dà gioia. Oggi viviamo in un tempo di dispersione e di divisione. Alcuni la scelgono, altri la subiscono. La pandemia ci ha isolati, ci ha resi più soli, e così alcuni hanno come perso il senso di essere comunità. Oggi il Signore ci ha radunati qui, in alto, e dall’alto della nostra città vorrebbe indicarci come tornare insieme in maniera fraterna, con amicizia, senza prepotenza né sopraffazione, come aiutarci davanti alle difficoltà e alla fatica della vita. C’è troppa violenza nel mondo. Ma non è solo la guerra, alle cui conseguenze devastanti assistiamo ogni giorno in Ucraina e altrove. Vediamo violenza anche nelle strade della nostra città, nelle scuole. Poi esiste una violenza meno evidente, provocata ad esempio dal consumo di alcol e droga, che si diffonde velocemente e capillarmente, in maniera subdola e ingannevole, provocando danni irreversibili in molta gente, a cominciare dalla giovane età. Cari amici, non possiamo far finta di niente, come se tutto andasse bene, senza prenderci ognuno le proprie responsabilità.  

   La festa di oggi è invito ad ognuno di noi, nella differenza delle nostre funzioni, a far crescere e custodire il bene in questa città. Abbiamo ascoltato il Vangelo in cui Gesù, nell’ultimo incontro con i suoi discepoli, pone a Simone una domanda per tre volte: “Mi vuoi bene tu?” Lo chiama Simone, figlio di Giovanni, e non Pietro, come a ricordargli tutta la sua vita, quella di un pescatore di Galilea che aveva il suo carattere orgoglioso e la sua storia. Oggi si rivolge a ognuno di noi chiamandoci con il nostro nome, cioè con il peso, la fatica e le speranze della nostra storia. Ci chiede: “Mi vuoi bene?” Non è una domanda retorica neppure sentimentale. Infatti, dopo la risposta di Simone che si dispiace che il Signore dubiti del suo amore, gli dice per tre volte: “Pasci le mie pecore”. Voleva dirgli che voler bene a Lui significava prendersi cura degli altri, occuparsi degli altri. In questo invito si nasconde l’antico e duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo, fondamento di tutta la legge. Vorrebbe dire anche a noi: caro Simone, Giulio, Maria, Giusi, Tommaso, Pietro, Elisa, Marzia…, come ognuno si chiama: se vuoi prenderti cura davvero di te stesso, comincia a prenderti cura degli altri. E poi Gesù aggiunse un invito, ripetendo quanto aveva detto a quei suoi amici la prima volta che li aveva incontrati: “Seguimi!”, cioè mettiti dietro a me e imparerei a vivere, a fare il bene, a cambiare la tua città e il mondo intero. Allora mettiti dietro a Gesù. Noi vogliamo stare sempre davanti, vogliamo metterci in mostra, desideriamo che gli altri ci seguano, amiamo avere molti followers, molti “amici”, per poi con un clic eliminarne uno ogni giorno perché non ci piace più. Prova a cambiare. Comincia da te stesso; non pensare che devono essere sempre gli altri a cambiare. Mettiti dietro a Gesù, ascoltalo, leggi il Vangelo, prega. Vedrai che sarai più felice. Prenditi cura degli altri, aiuta qualcuno che ha bisogno, e vedrai che realizzerai te stesso e sarai felice. Tanti hanno gustato questa felicità durante la sofferenza della pandemia, quando sono usciti per aiutare i tanti che mancavano del necessario, scoprendo che “la gioia viene dal dare più che dal ricevere”, come ha detto Gesù. Lo so e vi ringrazio. In questa festa allora ascolta e vivrai, segui Gesù e sarai un costruttore di un nuovo mondo, dove tutti possiamo vivere insieme in pace e fraternità. 





Al termine della Celebrazione:

Cari amici,
prima della benedizione vorrei salutarvi, salutare le autorità presenti, dal Prefetti al Sindaco alle altre autorità civili e militari, tutti voi cittadini di questa città che ha la sua storia, la sua bellezza e le sue sofferenze. Forse ricordate che nel 2014 volli celebrare in modo solenne i 1500 anni dall’elezione a Papa di Ormisda del 514, un semi sconosciuto a Frosinone tanto che alcuni pensano che oggi sia solo San Silverio. Tra le altre iniziative ne vorrei ricordare due: una nuova traduzione da parte del Prof. Umberto Caperna delle lettere di papa Ormisda, che rispecchiano il grande impegno di questo papa per l’unità della Chiesa, pubblicata con il contributo della Banca Popolare del Frusinate; e poi il nuovo reliquiario, opera degli studenti dell’Accademia delle Belle Arti, un polo culturale molto importante della nostra città. Questo reliquiario ha dato origine anche all’opera che vedete qui accanto voluta dalla municipalità della nostra città, che ovviamente non potrà essere portata in processione, ma tuttavia contiene un segno che vorrebbe essere di auspicio a una città che deve diventare simbolo di unità e di pace, vincendo ogni forma di violenza e divisione. Auspico che questo segno diventi realtà quotidiana del nostro vivere insieme in questa città e in questa terra. Grazie e buona festa a tutti, e un caro saluto soprattutto a chi non è qui perché anziano o malato. Preghiamo oggi, nella giornata mondiale del rifugiato, per i rifugiati che fuggono da guerre e calamità naturali, perché trovino accoglienza e solidarietà, la stessa che abbiamo espresso in tanti in questi mesi verso i profughi dall’Ucraina.


+ Ambrogio vescovo


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 Santi Patroni di Frosinone 2022