stemma-vescovo-ambrogio-medio.jpg Corinzi 4,7-17; Giovanni 10,1-16

   Eminenza, Eccellenze, cari fratelli e sorelle, ci stringiamo oggi attorno al nostro caro fratello don Salvatore, come lui amava farsi chiamare, per consegnarlo nelle mani del Signore. Siamo in tanti, perché tutti siamo stati toccati dalla simpatia e dall'amore di Mons. Boccaccio, vescovo di questa bella chiesa di Frosinone-Veroli-Ferentino. Ringrazio tutti di essere qui: il Cardinale Vallini che presiede la nostra liturgia, i Vescovi concelebranti, i sacerdoti, religiosi e religiose, le autorità civili e militari e tutti voi che siete uniti a noi nel piazzale di questa cattedrale, troppo piccola per contenerci, e in collegamento da alcune parrocchie.  Negli ultimi giorni della sua vita terrena, quando la malattia avanzava inesorabilmente in un corpo già debole, non faceva che ripetere "in manus tuas". Era il suo motto episcopale, ma è stata davvero la sua vita.
   Monsignor Boccaccio veniva da Roma, dove si era formato al seminario romano negli anni 50 in quella scuola di sapienza spirituale dei preti romani, uomini saldi nella fede, ma con un cuore largo. Visse il suo ministero a Roma negli anni difficili della seconda metà del secolo scorso. Sui banchi del seminario aveva respirato quella passione per una città che stava subendo cambiamenti profondi, nella quale la Chiesa del Concilio Vaticano II si scopriva madre attenta e premurosa a partire dagli ultimi. Fu determinante per don Salvatore l'incontro con il cardinale Poletti, da cui venne ordinato vescovo nel 1987 e di cui portava con orgoglio la croce pettorale che il cardinale gli aveva lasciato in eredità. A Roma, soprattutto in una periferia in rapida crescita, ha condiviso la preoccupazione pastorale per la gente della città, una vera passione, mentre si assisteva a cambiamenti profondi. Da viceparroco a parroco in alcune grandi parrocchie romane, a vescovo ausiliare, partecipa a quella riscoperta della Chiesa romana come Chiesa della città, che vive in mezzo alla gente. È la preoccupazione per la salus animarum, che si unisce a quel carattere bonario, che gli permette di esprimere l'amore per la gente in maniera immediata, con un contatto diretto e amichevole con i fedeli che gli attira subito la simpatia. Basta solo pensare ai tanti che in questi giorni hanno voluto fargli visita e pregare per lui.
   Come ha ricordato il Cardinale Vallini, l'incontro con Monsignor Giaquinta, fondatore della Pro Sanctitate, permise a don Salvatore di rendere più concreta la tensione a quella santità di vita, a cui aspirava. Don Salvatore in questo radicamento spirituale ha saputo tenere unita la fermezza della tradizione della Chiesa alla pienezza della misericordia. Il suo carattere gioviale gli ha consentito di comunicare la bellezza e la gioia della vita cristiana, impegnata, ma non ripiegata su se stessa, serena e non triste. Don Salvatore ha vissuto questo spirito evangelico nelle diocesi in cui ha svolto il suo ministero episcopale, da Roma come ausiliare a Sabina Poggio Mirteto e infine in mezzo a noi. È stato ovunque davvero quel buon pastore di cui ci ha parlato il vangelo di Giovanni, che si prende cura delle pecore prima che di se stesso. La gente gli stava a cuore. E tutti possiamo testimoniare che è stato un vescovo buono. E se forse, per l'affetto che gli portiamo, osiamo quasi rimproverargli qualcosa, è solo che l'amore eccessivo per gli altri gli ha fatto apparire come secondaria la preoccupazione per sé. Così è d'altra parte l'amore cristiano, sempre generoso e disinteressato, mai calcolatore e misurato, come invece quello del mercenario. Di questo noi lo ringraziamo, perché non ha mai lesinato di spendersi per gli altri. La gratuità dell'amore in lui si è mostrata soprattutto in una costante sensibilità e preoccupazione per i deboli e i poveri. Nella nostra diocesi, ma lo ricordo anche ausiliare a Roma nella periferia difficile e con tante sacche di povertà, ha sempre incoraggiato tutti coloro che si prodigavano per i poveri e i deboli. Penso alle realtà diocesane più impegnate nella carità, che ha desiderato si sviluppassero, ma anche al dono che ha voluto fare a Giovanni Paolo II in visita alla diocesi: l'apertura di centri della carità nelle vicarie. Non era tuttavia interessato solo alle strutture, quanto gli stava a cuore lo spirito evangelico che le ispirava, a cui esortava tutti. Lo animava una vera passione perché il vangelo di Gesù Cristo morto e risorto giungesse a tutti. Nella lettera pastorale della Quaresima del 2006 egli traccia le linee di questo suo disegno pastorale, che più che un piano preciso esprime una vera passione per la gente e una profonda ansia missionaria. Egli scrive: "Seguire l'itinerario indicatoci da Gesù nella guarigione del cieco nato, significa innanzitutto testimoniare l'amore della Chiesa per gli ultimi. In questi termini la carità non può essere intesa solo come azione individuale ed episodica, ma deve divenire il pilastro sul quale far crescere la vita della nostra diocesi, per rendere visibile l'amore di Dio che si china sull'uomo."
   La sua vita è stata segnata da tanta sofferenza. Più volte il suo corpo ha mostrato segni di debolezza e la malattia si è fatta a tratti minacciosa. Don Salvatore tuttavia non si è mai lasciato andare, non ha mai smesso di lottare per la vita, soprattutto si è sempre affidato al Signore. Davvero possiamo dire con l'Apostolo Paolo che, mentre in lui "l'uomo esteriore si andava disfacendo, quella interiore si rinnovava di giorno in giorno." Negli ultimi giorni, quando il suo corpo si era indebolito ed appariva affaticato, le sole parole che ripeteva a tutti erano "in manus tuas, commendo spiritum meum" ("nelle tue mani affido il mio spirito"). Sono le parole di Gesù sulla croce, che si affida al Padre e che per il suo amore ha vinto la morte. Sono anche le parole del suo testamento spirituale, nel quale dice: "Sono tante le cose che vorrei dire a tutti, ma una sola resta la più importante: In manus tuas, in manus tuas, in manus tuas! Dì questo a tutti da parte mia." In un mondo che ci abitua a confidare solo in noi stessi e nell'opera delle nostre mani, e crea egoismo e divisione insieme a tante paure, il nostro vescovo ci aiuta a capire il grande valore di una vita con il Signore spesa per il bene del prossimo. Oggi don Salvatore dal cielo, dove tutto con chiarezza appare nelle mani di Dio e non nelle nostre, ci affida le sue parole che diventano per noi tutti la preghiera con cui lo accompagniamo nel suo passaggio da questo mondo al Padre, e insieme sono una proposta di vita: metterci nelle mani del Signore per essere testimoni del suo amore e audaci missionari del suo Vangelo di vita e di resurrezione. Si è spento dopo aver ricevuto il sacramento dell'Eucaristia e la mia benedizione, segno di quella comunione che in questo breve tempo abbiamo vissuto al servizio di questa chiesa di Frosinone-Veroli-Ferentino. Lo affidiamo alla misericordia del Padre perché lo accolga nella pace gioiosa del suo Regno. E la Vergine Santa, a cui egli si era affidato fina da giovane prete, lo accompagni davanti al Figlio Gesù, stenda il suo manto su di noi, che siamo addolorati per la scomparsa di questo nostro caro fratello e padre, e custodisca nei vasi di creta della nostra umanità il tesoro prezioso del Vangelo di Gesù morto e risorto per noi, per il quale don Salvatore ha vissuto fino alla fine.
Amen.

+ Ambrogio Spreafico