AD2022

 


La tavola della fraternità

di Ambrogio Spreafico


La versione video della prolusione è disponibile anche in versione video:
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Il sogno di Dio su di noi
 

Siamo in un tempo difficile. Tutti lo dicono, molti ne soffrono. La pandemia ci ha fatto scoprire la fragilità della nostra umanità, al di là dei negazionismi e dei protagonismi. Siamo fatti tutti di “polvere”, quella terra che calpestiamo ogni giorno; quella terra che abbiamo sfruttato, inquinato, devastato. È triste passare per le strade di questa bella terra e vedere segni di incuria e devastazione, causata dall’egoismo e dall’affarismo senza misura, di chi aveva il proprio interesse da difendere, senza considerare i danni che avrebbe lasciato dietro di sé.
    Siamo qui, tuttavia, non per lamentarci né per accusare gli altri, bensì per assumerci la consapevolezza di una responsabilità: costruire un mondo umano, interessato agli altri, al luogo dove si vive, con uno sguardo che sa volgere gli occhi lontano, oltre noi, oltre il nostro orizzonte limitato, per un mondo armonico e fraterno. Del resto, questo era il mondo che Dio volle fin dall’inizio, potremmo dire il suo progetto o il suo sogno, un mondo dove la diversità degli esseri viventi non fosse motivo di esclusione e violenza, bensì si componesse in un’armonia del vivere insieme, dove la prepotenza e il dominio fossero mitigati dalla cooperazione e dalla complementarietà. Se assumessimo almeno un po’ lo sguardo di Dio, vedremmo non solo la devastazione dell’Ucraina con tutte le sue conseguenze, ma anche ingiustizie e povertà di molti Paesi; ci accorgeremmo di guerre scomparse dall’orizzonte e dall’interesse del nostro Paese, che dimentica troppo spesso la propria storia di sofferenza. Siamo presi dai nostri problemi, spesso incuranti e infastiditi dalla presenza dei poveri, a volte descritti come se volessero impossessarsi del nostro benessere e pronti a rubarci quanto abbiamo - a fatica - costruito. Se proprio dovessimo temere qualcuno, dovremmo temere, piuttosto, chi se ne approfitta per accumulare ricchezza lasciando cadere in rovina il patrimonio naturale, culturale e spirituale dell’umanità.
Riscopriamo la gioia e la bellezza di essere cristiani, donne e uomini che scelgono ogni giorno di ascoltare e seguire Gesù. I cristiani, infatti, non fuggono per paura durante i tempi difficili, anzi sono chiamati a trovare nella loro vita di fede, a partire dalla Parola di Dio e dalla Liturgia, le parole e i gesti per rispondere alle domande e alle attese delle donne e degli uomini del loro tempo. Così fu il Concilio Vaticano II, così è sempre la Chiesa, mai avulsa dalla storia del suo tempo, bensì ascoltatrice e interprete delle angosce e delle speranze che tutti portano nel cuore. Così scrive, proprio all’inizio, uno dei documenti più importanti del Concilio Vaticano II, la Gaudium et spes: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti. Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia». E più avanti parlerà della necessità di saper scrutare i “segni dei tempi”, perché il Vangelo possa aiutare a trovare risposte alle domande del mondo. Questo è ancora il nostro compito oggi.


Il Cammino sinodale compiuto: traguardi e sfide
  
   Il Cammino sinodale dovrebbe essere il modo in cui mettiamo in pratica la visione del Concilio espressa dalle parole della Gaudium et Spes. Abbiamo già cominciato a viverla, forse un po’ a fatica. Abbiamo capito che l’unico modo per non perdersi è camminare insieme, ascoltarsi, pensare insieme, vivere insieme. Il Cammino sinodale ci fa scoprire la gioia di essere fratelli e sorelle che, nella diversità della loro umanità, sono consapevoli dell’urgenza di remare dalla stessa parte per non perire tutti. Nessuno si salva da solo! Si tratta di una verità che fa parte della nostra vita di fede. Siamo battezzati nella Chiesa, entrando a far parte della famiglia di Gesù, del suo popolo.
    Il camminare insieme si è espresso negli incontri che, pur nelle difficoltà, si sono svolti in questi mesi di itinerario sinodale. Le persone coinvolte, oltre 3000, hanno espresso una necessità di fondo: sentirsi comunità. Quegli incontri sono stati molto apprezzati proprio perché in grado di offrire un segnale di vita in comune, di rinnovamento, di coraggio, dopo due anni passati nell’isolamento. Il camminare insieme è stato assunto soprattutto dai laici che hanno trovato spazi di confronto e di parola. Particolarmente gradito è stato l’invito a parlare, ad esprimere il proprio parere, a non aver paura di esercitare il diritto derivante dall’essere discepoli di Gesù. Riteniamo che questo sia stato uno dei risultati più importanti della consultazione sinodale per la nostra diocesi. Inoltre, il metodo dei piccoli gruppi, animati dai facilitatori, ha consentito di incontrarsi in maniera più ampia, allargando i confini della parrocchia, dell’associazione o del movimento di appartenenza.
Non c’è dubbio che nel percorso sinodale le persone hanno sperimentato che la Chiesa si ferma a considerarle, ad ascoltare con pazienza il loro pensiero, ribadendo il valore del percorso fatto insieme dopo il Convegno ecclesiale di Firenze del 2015. Si è percepita apertamente la gioia di sentirsi “soggetti” vivi e attivi.
Osservando questa esperienza è evidente che il tempo a disposizione è risultato troppo breve. Abbiamo costatato, tra tante, in particolare due difficoltà che ci hanno rallentato. La prima riguarda tutti: non siamo abituati ad ascoltare, dobbiamo imparare a farlo. Ma ogni apprendimento è lento, soprattutto quando questo richiede un cambiamento personale e comunitario.  La seconda riguarda il nostro presbiterio. Talvolta abbiamo fatto fatica ad accettare il cammino sinodale, avvertito a volte come non necessario, confusionale o addirittura come una possibile critica al nostro operato. Altri l’hanno percepito come un incontro in più da organizzare, come un ulteriore impegno. Questo atteggiamento è stato la causa dell’assenza di voci importanti. In alcuni luoghi sono rimaste nel silenzio quelle persone che mantengono in vita le nostre parrocchie in forma nascosta: ad esempio, le signore che si occupano del decoro e della pulizia delle nostre chiese; le voci che formano i cori che animano le nostre liturgie; i comitati delle feste; i consigli per gli affari economici; quel numerosissimo popolo di Dio che si fa vivo nelle piazze e nelle strade dei nostri paesi soltanto quando si organizzano i pellegrinaggi; alcune confraternite; gli anziani. Per superare queste ed altre difficoltà è necessario che ciascuno di noi, chierico o laico, senta il bisogno e l’urgenza di raggiungere tutti, di immergersi nello spirito di comunione con umiltà e dedizione, lasciandosi toccare dall’entusiasmo e dallo sguardo pieno di compassione di Gesù per quelle folle, come pecore senza pastore. Una vera conversione che parte dal cuore e che rinnova pensieri, linguaggio, atteggiamenti.
   Dagli incontri sinodali sono scaturite alcune nuove strade che potremmo percorrere:
  1. La voce più forte, ascoltata in tutto il territorio della Diocesi, è la richiesta dei laici di ricevere una formazione più incisiva, sia biblica che a partire dai documenti papali recenti.
  2. Emerge il bisogno di poter coniugare l’essere cristiani con una visione ampia sul mondo che sia articolata e non vissuta come separata.
  3. Da questa visione di “camminare insieme” può scaturire una maggiore empatia con il povero, considerato come fratello, meritevole di aiuto, comprensione e affetto, ma anche di essere incluso nell’assemblea cristiana.
  4. Risulta evidente come la Chiesa sia talvolta percepita dalla gente comune come chiusa e circondata da steccati: sarebbe interessante rivedere la formazione dei catechisti e domandarci qual è il concetto di Chiesa che emerge - in alcuni casi - dai contenuti delle omelie.
  5. Nei momenti comuni delle nostre realtà, sia liturgici che pastorali, va rimessa al centro la nostra identità come “popolo di Dio in cammino”, inclusivo, fatto di rispetto, ascolto, sguardo attento sulla realtà, cura del prossimo, pace, solidarietà, rispetto delle diversità, custodia del creato.
  6. Per offrire una formazione incisiva è importante affidarsi a persone sagge, che abbiano interiorizzato questi valori e li abbiano incorporati alla propria spiritualità.
  7. Dalle associazioni laicali è venuta una forte richiesta di partecipazione attraverso gli organismi pastorali, che possa coinvolgere in maniera più ampia.
   Sulla base di questo cammino e delle indicazioni della CEI per il secondo anno abbiamo ritenuto di concentrare la nostra attenzione sulla celebrazione eucaristica. Ci nutriamo del Pane di vita eterna, l’Eucaristia, come popolo, e non come individui che si accostano a una tavola di “separati in casa”. Attorno a questa tavola, nella diversità dei ministeri e dei carismi, siamo tutti servi umili; nessuno è padrone!

La tavola della fraternità
   La celebrazione eucaristica ci costituisce Chiesa, popolo di Dio in Gesù che ha dato la vita per noi, lasciandoci il memoriale della sua passione, morte e resurrezione. Il “fate questo in memoria di me”, che il celebrante dice dopo la consacrazione, non è un invito qualunque, ma la partecipazione piena di tutta la comunità a quanto è avvenuto in Gesù. Nella Bibbia la memoria rende sempre presente e vivo quanto è avvenuto una volta.
   Quando Gesù dice: «Fate questo…», le sue parole non valgono solo per i sacerdoti, non sono riservate ad un rito. Lo dice anche a te, a tutti. Che cosa dobbiamo fare? Ciò che fece Lui: «Spezzò il pane, lo diede e disse: prendete, questo è il mio corpo» (Marco 14,22). Ci invita a “spezzare” la nostra vita a servizio degli altri, come feci Lui. L’evangelista Giovanni lo racconta in modo diverso: «si alzò da tavola, tolse la veste… e cominciò a lavare i piedi dei discepoli» (Giovanni,13.4-5). Poi disse: «Capite quello che ho fatto? Vi ho dato un esempio perché facciate come io ho fatto a voi». Nel momento della “comune-unione” con Lui e con i fratelli e le sorelle, attorno a quella tavola, questo gesto diventa ancora più evidente: siamo il suo popolo in cammino, chiamati a continuare nella storia la sua magnifica opera di misericordia, il suo dono di amore.
   Dovremo continuare la celebrazione dell’Eucaristia fuori dal tempio, nella vita semplice o complicata di ogni giorno. Come Maria, mettiamoci in silenzioso ascolto della Parola, facciamo passare per il cuore la voce del Dio che ci sussurra negli eventi. Abbiamo tanto da fare, iniziando dal salvaguardare l’unica casa che abbiamo da condividere con ogni creatura vivente, dell’oggi e del domani: questa terra. Avere rispetto per ogni essere umano, di là da ogni diversità, cercando attivamente, con empatia, la giustizia, la promozione e l’inclusione di tutti. Non basta dare un pacco. Serve ridare dignità a ogni persona.
   La Conferenza Episcopale Italiana, nell’indicazione degli itinerari per il secondo anno del Cammino sinodale, parla de “I cantieri di Betania”, i diversi mondi che convivono con noi. Se non apriamo gli occhi, se continuiamo a portare occhiali scuri, se voltiamo lo sguardo in forma distratta, non possiamo vedere questi mondi paralleli e continueremo a credere che, in fondo, siamo migliori degli altri, che siamo apostoli, e andiamo avanti usando un linguaggio solo per addetti ai lavori, lontano dalla realtà, facendo diventare incomprensibile la semplice Parola del Dio che si fece uno di noi.
   A questa tavola tutti sono invitati. Tutti siamo indegni, come ripetiamo prima di ricevere la comunione: “Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa ma dì soltanto una parola e io sarò salvato”. Proprio per questo siamo tutti invitati. Il Signore non invita i “degni”, ma gli “indegni”. E le nostre comunità non debbono mai disprezzare né giudicare nessuno. Vediamo, infatti, che la celebrazione eucaristica è a volte l’unico momento che vede la partecipazione di molti cristiani, nonostante questa presenza sia per la maggioranza occasionale, soprattutto in alcune circostanze, come il Natale o le feste patronali, oppure ad esempio nella celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana, il matrimonio e il funerale.
   Proprio questa constatazione ci ha portato a riprendere una riflessione già iniziata in passato, ma che oggi riteniamo quanto mai necessaria: la celebrazione eucaristica. Vorremmo però leggere questa scelta all’interno del primo dei tre “Cantieri” suggeriti dalla Conferenza Episcopale Italiana: “Il cantiere della strada e del villaggio”. Vorremmo, infatti, che la riflessione sulla Celebrazione eucaristica fosse pensata come la possibilità sia di un rinnovamento della celebrazione stessa sia della sua riscoperta soprattutto per coloro che vi partecipano del tutto saltuariamente. Ho usato il plurale “noi”, perché questa scelta non è solo del vescovo, ma è stata condivisa con tanti all’interno delle nostre comunità, sacerdoti, religiosi e laici. Immagino che nella “strada e nel “villaggio”, cioè nei luoghi d’incontro delle persone, si possano aprire spazi di condivisione, dove ascoltare domande e bisogni che potrebbero trovare una risposta nella liturgia eucaristica, soprattutto della domenica.  Il documento della Cei sul secondo anno del Cammino sinodale sostiene la nostra scelta: “E’ importante tenere come orizzonte, per l’intero arco del Cammino sinodale, la celebrazione eucaristica quale paradigma della sinodalità”. La recente Lettera Apostolica “Desiderio desideravi” di papa Francesco accompagnerà la nostra riflessione e dovrà essere un continuo punto di riferimento.

La ricchezza del nostro popolo
   Dentro le nostre comunità siamo chiamati a riscoprire la ricchezza che viviamo. Presbiteri, consacrati e consacrate, laici, donne e uomini, giovani e anziani, formiamo il popolo santo di Dio, che nella Liturgia eucaristica trova la ricchezza del suo esistere e del suo camminare insieme. La fatica di questo tempo di pandemia non ci ha scoraggiato, anche se abbiamo fatto più resistenza a trovarci insieme per la Santa Messa. Abbiamo cercato di mantenere il decoro delle chiese, non abbiamo rinunciato a trovare modi alternativi per non perdere il fervore che sempre ci raduna, soprattutto per alcune feste particolari, abbiamo cercato di garantire a tutti la possibilità di prepararsi con cura ai sacramenti dell’iniziazione cristiana e al matrimonio. Di questo sono grato a tutti, sacerdoti e laici, che hanno permesso che la nostra vita di fede non si perdesse a causa delle difficoltà oggettive che si sono incontrate a motivo della pandemia.
   Un’attenzione particolare è stata data ai bisogni materiali di tante persone, che per motivi diversi si sono trovati in difficoltà economiche o in forme di solitudine e abbandono, che hanno reso ancor più precaria la loro quotidianità. Penso in particolare agli anziani e ai diversamente abili, che per lungo tempo non è stato possibile visitare in alcuni istituti né a casa, magari per un’eccessiva paura del contagio, a cui si sarebbe potuto ovviare con le dovute e necessarie precauzioni. Ma dove e quando è stato possibile, è stata ripresa la visita ad anziani e malati, soprattutto quando chiedevano di ricevere la comunione.  Grazie a chi ha continuato con generosità in questa attenzione di amore.  
Partecipare all’Eucarestia
   Si deve costatare che la frequenza alla Liturgia della Domenica è diminuita. È chiaro a tutti che in parte ciò è dovuto all’abitudine, invalsa con la pandemia, a seguire la Liturgia on line o in televisione, altre volte alla paura del contagio, ma anche alla pigrizia o forse ancor più alla fatica a trovare nella celebrazione risposte al proprio nutrimento umano e spirituale. Ci dovremmo chiedere, presbiteri e laici, se facciamo tutto il possibile perché la Liturgia eucaristica della domenica sia bella, attrattiva, coinvolgente. Ciò non significa esibirsi né inventare ogni volta qualcosa di nuovo, quanto renderla bella nella sua semplice solennità. La Liturgia eucaristica ha già in sé la sua bellezza, che però va mostrata. Ho l’impressione che a volte l’assemblea sia più assente. Risponde meno, spesso non canta, sembra non si senta parte di un evento che è suo, non del sacerdote o di alcuni, ministranti, coro, lettori, e altri.   Dopo la Lettera pastorale del 2010 sulla Domenica, si erano fatte alcune riflessioni e avanzato alcune proposte, riprese in seguito fino all’assemblea diocesana del 2017, dove sono stati decisi orientamenti comuni, che riproponevano la centralità della Domenica. Essi furono la conseguenza dei gruppi di confronto tenuti dopo la relazione introduttiva, quindi frutto di decisioni pastorali condivise. Ci si deve abituare a vivere ciò che decidiamo, altrimenti la vita delle nostre comunità si impoverisce e, invece di essere quella di un popolo che cammina insieme, rischia di diventare quella di realtà autoreferenziali. Quegli orientamenti, che solo in parte coinvolgevano la celebrazione eucaristica, cercavano di rimettere al centro del nostro impegno pastorale e formativo proprio la Liturgia della domenica, perché fosse il cuore della nostra vita di fede e anche del nostro servizio. Tra l’altro essi furono il frutto di un vero e proprio cammino sinodale, che la nostra diocesi intraprese subito dopo il Convegno Ecclesiale di Firenze del 2015, in cui papa Francesco chiese a tutta la Chiesa italiana di ripartire dall’Evangelii gaudium. Così facemmo, e ciò ha permesso a tutta la diocesi di condividere da allora una riflessione comune e un metodo di lavoro, che ci ha accompagnato fino ad oggi anno per anno. Credo sia stato una vera ricchezza per tutti, nonostante durante la pandemia ci sia stato un comprensibile rallentamento.

Riscoprire la bellezza della Liturgia Eucaristica
    Sulla partecipazione alla Celebrazione eucaristica mi farei anzitutto un esame di coscienza partendo da una semplice domanda: perché si o no? Ognuno si dovrebbe chiedere, invece di lamentarsi della scarsa partecipazione: perché la frequenza è così bassa? Da un’inchiesta fatta con la partecipazione di tanti giovani e adulti risulta un quadro che dovrebbe farci riflettere. La Messa non suscita molto interesse! Perché? Eppure tanti dicono di credere in Dio. Certo, si possono cercare dei motivi all’interno stesso della vita della Chiesa, come ad esempio lo scandalo della pedofilia o l’idea diffusa di una Chiesa ricca. Ma è tutto qui? Perché non facciamo un sondaggio provando a chiedere un commento sulle nostre celebrazioni ai fedeli che vi prendono parte e anche a chi ne rimane estraneo? Perché ad esempio non proviamo a capire perché alcuni cambiano abitualmente parrocchia per partecipare alla Messa della domenica? I motivi potranno essere diversi - e non è detto che siano da giustificare, ma certo da capire - ma è chiaro che esiste a volte una certa insoddisfazione e disaffezione anche da parte di coloro che sono più assidui alla celebrazione festiva.
    Per questo si dovrebbe porre mano seriamente a ripensare il modo di aiutare il nostro popolo, detto in maniera del tutto allargata, a ricomprendere la Liturgia eucaristica. I passi di questa riscoperta si potrebbero enucleare in alcuni passaggi che vi propongo, a cui ovviamente se ne dovranno aggiungere altri, frutto del confronto in questa assemblea:
  • Si rende necessaria una nuova catechesi della celebrazione stessa. Si dovrebbe dedicare qualche minuto all’inizio della celebrazione per spiegare passo dopo passo i vari momenti della celebrazione. Per aiutare tutti, anche chi arriva tardi, si potrebbe preparare per ogni domenica una breve spiegazione delle varie parti, dei gesti, delle risposte, del canto…. Questo si potrebbe poi riproporre anche in tutte le occasioni che ogni nostra comunità vive durante la settimana: catechesi, incontri di formazione, momenti di preghiera….
  • L’accoglienza. Quando qualcuno arriva a casa nostra, si cerca di onorarlo con una degna accoglienza, cominciando dal saluto affettuoso, per far sentire l’ospite in un luogo familiare, dove non si senta estraneo. Più volte si era suggerito che almeno nelle celebrazioni principali della domenica ci fosse qualcuno della comunità che alla porta potesse accogliere chi entrava. Ho visto che durate la pandemia, anche se forse per esigenze di sorveglianza, questo è avvenuto in alcune comunità. Sarebbe opportuno chiedere a chi con assiduità partecipa alla celebrazione festiva di assumersi questo servizio, così bello e prezioso. Si tratta, se volete, di un’attenzione che potrebbe anche considerarsi superflua, ma in un crescente individualismo e nella solitudine della quotidianità gesti di gentilezza e di accoglienza predispongono l’animo a una convivialità che non considera nessuno estraneo. Se la tavola della Parola e del Pane di vita eterna è pronta ad accogliere chiunque voglia accostarsi, perché non aiutare colui che ci accoglie, il Signore Gesù, a far sedere alla sua mensa donne e uomini felici di essere nella sua casa?
  • Il servizio liturgico. La dignità di una celebrazione dipende anche dal servizio all’altare. Chiediamoci: quanto tempo si dedica a formare qualcuno che possa assumersi questo servizio? È facile osservare in generale che, là dove il parroco o il diacono dedica tempo a questa preparazione, la celebrazione assume subito un tono più solenne e festoso. Il disinteresse per questo aspetto così importante della celebrazione non ne favorisce certo la dignità. Capisco le difficoltà che si sono manifestate soprattutto durante la pandemia, ma ciò non può rimanere un motivo valido per non assumersi questo impegno.
  • La preghiera e il canto. Sempre più persone non sanno più unirsi ai momenti in cui l’assemblea è chiamata a pregare insieme rispondendo o cantando. Oggi vediamo che alcuni non sanno neppure più pregare con il Padre nostro, o almeno non hanno imparato la nuova traduzione. Anche per questo si dovrebbe pensare a come aiutare queste persone, soprattutto in quelle celebrazioni in cui ci sono molti che non frequentano abitualmente la vita delle nostre comunità. Qui si affaccia l’altra esigenza, che riguarda il canto. L’assemblea canta sempre meno! Cantano i cori, che bisogna ringraziare per il loro impegno e la loro presenza nelle nostre celebrazioni. Ma non basta. Non si può continuare a pensare a un’assemblea muta, magari accompagnata da canti che difficilmente riescono a coinvolgere. Né può essere il celebrante che funge anche da capocoro! Se la liturgia è una festa della comunità con il suo Signore, essa deve esprimersi anche nel canto. Anche su questo fronte quindi si dovrà trovare qualche utile proposta.
  • La Parola di Dio ci fa entrare nel cuore di Dio, nelle parole che nella storia della fede di Israele e poi dei cristiani sono diventate in tante generazioni luce di speranza, guida sicura nell’incertezza dei tempi, scuola di pace e di amore nella sofferenza e nella violenza del mondo. La sua proclamazione dopo l’atto penitenziale allarga i cuori di chi ascolta. La Parola deve perciò essere proclamata, non letta come si legge un libro da soli, tanto meno letta dal foglietto. Perciò il lezionario deve essere mantenuto nella sua dignità! Il lettore non si può improvvisare all’ultimo momento, come avviene talvolta assegnando le letture un minuto prima dell’inizio della celebrazione. Si deve dare al lettore la possibilità di prepararsi e perciò di leggerle con attenzione, soprattutto quando ci sono nomi a noi estranei e sconosciuti, come sono di frequente i nomi di luoghi e persone della Bibbia. La lettura non va di norma preceduta da nessuna spiegazione. Se mai si ritenga utile dire qualcosa su di esse, si faccia brevemente all’inizio della celebrazione o si metta a disposizione dell’assemblea qualcosa di scritto. E’ la predicazione che ha il compito di entrare nel merito delle letture proclamate, che di esse dovrebbe essere anzitutto la voce!
 
L’Eucaristia: una visione di fraternità universale  
   Il capitolo 18 del libro della Genesi racconta un episodio fondamentale della vita di Abramo: «Poi il Signore apparve ad Abramo alle querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno…» (Genesi 18,1-8). 
   Nell’iconografia della Chiesa ortodossa russa Andrej Rublev ha rappresentato la Trinità attraverso il racconto di Abramo che accoglie i tre viandanti nel deserto e li fa sedere a tavola, prendendosi cura di loro e offrendo loro il cibo necessario. I tre angeli rappresentano le tre persone della Trinità, unite dalla medesima natura divina, ma pur distinte tra loro: Padre, Figlio e Spirito Santo. Sulla tavola vediamo una ciotola, contenente il pasto che Abramo ha preparato per gli ospiti, mentre l’angelo centrale sembra benedire il cibo. Quella tavola imbandita, con la ciotola, richiama l’altare e l’Eucaristia.
   Nell’ora più calda del giorno si presentarono ad Abramo tre viandanti. Erano degli sconosciuti. E nel deserto potevano essere briganti, come quello che picchiò e derubò il viandante della parabola del Buon Samaritano o i mercanti a cui i fratelli di Giuseppe lo vendettero. Potevano essere nemici. Eppure Abramo non ci pensò due volte, non si chiese nulla. Erano tre sconosciuti, che nel deserto avevano bisogno anzitutto di essere accolti. Corse loro incontro e li accolse con onore (“si prostrò fino a terra”). Abramo si dice onorato di quella visita improvvisa: “Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi; poi potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo”.
   Siamo davanti a un mondo rovesciato. Così è spesso la Bibbia: rovescia quello che pensiamo o faremmo. Non solo Abramo accoglie dei viandanti, degli sconosciuti, ma in quel gesto sente presente la grazia di Dio, perché Dio si nasconde nel volto di ogni uomo e di ogni donna. Siamo infatti tutti fatti a “sua immagine e somiglianza”. E sembra dire il testo: quanto più è altro da te chi ti sta davanti o ti passa accanto, tanto più puoi trovare grazia! È la grazia di chi ti si è fatto incontro e ti ha dato la possibilità di accogliere, di trovare tu stesso grazia, cioè amore gratuito, quel sentimento che si fa accoglienza e dà felicità. Chi sono quei tre stranieri? All’inizio si legge che “il Signore apparve a lui alle querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda”. Quei tre erano il Signore stesso!
   Immaginiamoci allora quella scena e quella tavola, a cui Abramo accoglie i tre stranieri. Non è forse il segno della nostra tavola dell’Eucaristia? Una celebrazione eucaristica non diventa vita, quando accoglie attorno ad essa uomini e donne diversi, perché tutti abbiano quel cibo che dà vita e rende felici? Sì, è la tavola della fraternità, che noi vorremmo riscoprire insieme, come la realtà che ci rende fratelli e sorelle, uomini e donne universali, che non tengono per sé quanto hanno ricevuto, che non restringono, ma allargano quella tavola; discepoli e discepole che gustano la gioia di sedere attorno ad essa, per condividere quel dono di vita che da essa proviene. Anche per noi, come per Abramo, sarà una grazia, e non un diritto, né solo un’abitudine, sedere a quella tavola, dopo averla preparata anche per gli ultimi arrivati. Sarà grazia, sarà felicità, sarà essere e vivere come popolo, comunità dei discepoli di Gesù, che ha fatto di quella tavola la mensa della Parola e del pane di vita eterna.


† Ambrogio Spreafico
 
Assemblea Ecclesiale Diocesana del 17 e 18 settembre 2022


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Per approfondire:

- Lettera Apostolica "Desiderio Desideravi" sulla formazione liturgica del popolo di Dio, del 29 giugno 2022

https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_letters/documents/20220629-lettera-ap-desiderio-desideravi.html



- Cammino Sinodale: primo anno della fase diocesana Cammino Sinodale

https://www.diocesifrosinone.it/attivita/evangelizzazione/sinodo/cammino-sinodale-2021-2022.html




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Si consulti anche la news dedicata alla Assemblea Diocesana 2022: 

Assemblea Diocesana: 17 e 18 settembre 2022