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fotostemmadiocesi2.pngUN VESCOVO, LA CHIESA, LA CITTA
di Salvatore Boccaccio (Convegno delle ACLI di Urbino - settembre 1993).


E ssere "piccoli e poveri" non solo non fa piacere ma si cerca in tutti i modi di uscirne fuori. Però, volenti o nolenti questa è la condizione per entrare nel Regno dei cieli, realtà ultima alla quale siamo chiamati.
A me, personalmente, dispiace di non essere un grande e un potente; il discorso sulla "potenza" affascina e molto. Ho nelle orecchie anni di ordinazioni sacerdotali, ove il commentatore, sistematicamente, ripeteva: "Adesso i nostri amici riceveranno il potere di ..., hanno ricevuto il potere di...", ecc..

Era così affascinante questa parola che la ripeteva con gioia ed enfasi. E' su questi atteggiamenti che si costituisce una base notevolmente difficile da smantellare una volta diventati preti.
In greco la parola potere è indicata con il termine exousia che significa "possibilità di disporre"; exousia indica la condizione che uno ha, la condizione di libertà di operare e di disporre delle cose e degli altri come vuole.  Ed è un potere che si sviluppa all'interno un ordinamento sociale, politico, etico. La libertà di disporre è propria del re, del padre, di un possessore, di un funzíonario, di un ambasciatore. Per sè non è una cattiva parola. Luca al cap. 9 dice che Gesù "diede loro potere e autorità", usando i termini exousia e dynamis indicanti una potenza che viene dall' alto, dallo Spirito Santo. Per i LXX (settanta) il potere di Dio appartiene solo a Lui; se poi Egli lo vuole partecipare ai sovrani, è libero di farlo, perché "è padrone della storia e il suo dominio è eterno". E' Daniele 4,31 che lo afferma. Egli è Colui "che intronizza e depone i re" (2,21), "che può togliere a tutti il dominio" (7,12); e nessuno si può opporre.
Ma gli uomini e i potenti si sono ribellati a Lui, si sono dichiarati autonomi, e, pur avendo ricevuto una delega, la misconoscono come tale, diventando dei di se stessi, autoproclamandosi sovrani. Ma per questo, alla fine dei tempi, il popolo escatologico riceverà l'onore, il premio e la gloria nel Figlio dell'uomo che ha meritato tutto questo.
Gesù, parlando con Pilato, dice: "non avresti questo potere di autorità se non ti fosse stato dato dall'alto". Questa idea che il potere sia di Dio e che lo dia in partecipazione non entra facilmente nella logica umana. Non risulta chiaro che chi usa il potere contro altri è un usurpatore.
D'altra parte nel vangelo ci viene riferito più volte che i discepoli pensavano che la partecipazione alla sequela del Maestro comportasse certe possibilità di potere, da conquistare o dividere tra di loro. A più riprese il vangelo riporta questi fatti. Per esempio, Luca 19,47, scrive che "sorse una discussione tra di loro di chi, di essi, fosse il più grande. Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un fanciullo, se lo mise vicino e disse: Chi accoglie questo fanciullo... Il piú piccolo tra voi è il piú grande nel Regno dei cieli".
Marco, al cap. 9,33, dice che "Giunti a Cafarnao, Gesù domandò: 'di che cosa stavate discutendo?' Essi però tacevano "Gesù sapeva qual era il problema, e ancora ripete la stessa lezione, la stessa notizia, la stessa condanna. Addirittura, in Matteo 20,25, c'è un episodio sconcertante: la madre dei figli di Zebedeo díventa, forse sollecitata dai figli, forse per ambizione di madre, supplice davanti a Gesù per ottenere un posto di riguardo per i figli. E gli altri, dice l'evangelísta, si indignarono. Ma quello che a me fa più pena di questo lungo discorso che si ripete più volte nel vangelo, è il fatto riportato da Luca al cap. 19.  Siamo poco prima della Passione e Gesù ha appena finito di dire "uno di voi mi tradirà"; i discepoli litigano per i posti che avrebbero dovuto assegnarsi nel Regno che sembrava immínente. Gesù grida allora terribili parole: "Gli uomini di questo mondo schiavizzano i propri simili perché sono prepotenti; ma tra voi non sia così, perché chi vuol essere primo si metta per ultimo, e chi vuol comandare si faccia servo di tutti". Sono espressioni che dovremo in qualche modo tener presente perché questa volontà di primeggiare, di essere considerati, non è sopita in quelli che sono gli amici del Maestro.
I vangeli narrano anche la lotta contro le tentazioni: il potere di sfamare, il potere di soggiogare le genti, il potere come possesso di beni. Il tema delle tentazioni è fondamentale. Quelle di Gesù sono il paradigma di quelle dell'uomo. Quando entriamo nel mondo noi apriamo una triplice relazione: con noi stessi, con la nostra corporeità, con le cose e con gli altri. E' una relazione che deve essere gestita e un modo di gestirla è quella del potere. Il diavolo lo dice chiaramente: "Se tu sei il figlio di Dio, di' che questa pietra diventi pane". "Se tu sei il figlio di Dio, fatti portare quassù e guarda. Se ti butti la gente, vedrai, resterà a bocca aperta".
Sto pensando ai baracconi da fiera che abbiamo organizzato per attirare l'attenzione della gente; sto pensando ai miei anni '60-'63, quando, appena prete, avevo il bigliardino cattolico, la palestra cattolica, il flipper cattolico, il cinema del pomeriggio per coloro che venivano alla messa, all'impegno dell'animatore, che allora si chiamava delegato, che era quello di far la lista delle persone che c'erano a messa pena il divieto di entrare al cinema... Baraccone da fiera per attrarre le persone. "Buttati giù! ti batteranno le mani": è una tentazione ricorrente.
E' la tentazione ripresa dai Fratelli Karamazov: perché non gli hai dato il pane nel momento opportuno? Era il caso, era giusto, era ora, avevi trovato la strada... Ma no, ti sei intestardito.
E' la tentazione attuale, quella di apparire, di fare colpo, la tentazione di stare al vertice e dire: "guardate come ce la faccio a rimanere per aria!".  E' la tentazione che si camuffa anche nelle processioni. Le belle processioni con le loro coreografie; è ancora lo strascico di una potenza che io ti faccio vedere che c'è.  Le strade si bloccano, si fermano tutti.  Per carità, non sono contro le processioni, vanno benissimo: si chiamano folclore popolare. E infatti, nella mia diocesi, vado dicendo che è molto bello che portino avanti tali manifestazioni. Per coloro che stanno vicino a Roma sono come il polmone della città, un turismo di ritorno della gente che ha assaporato le cose di quando erano piccini e ritornano numerosi per poter risentire le cose buone di casa.
 Ma quello che mi chiedo è: "quando penso alle processioni  come le penso?".  La tentazione tutto sommato, ancora una volta, è quella di fare colpo, d'essere presenti, di essere massa: un bel gruppo che avanza e procede, con gli inni trionfalistici del Christus vincit, Christus regnat; la banda che sottolinea, che enfatizza, ed io, lì dietro... Non potete immaginarvi la gioia del vescovo.
Però, dentro, mi sento tanto ma tanto umiliato: un'umiliazione nel non riuscire a coniugare questo gesto con un atto d'amore vero. Dietro l'angolo, ancora una volta, la tentazione di soggiogare con l'effimero di una giornata di festa in cui ti viene dietro qualcuno e ti sta a sentire.  Ma è veramente il servizio per loro?  Ma è veramente l'affetto e l'amore per il vangelo?
E la relazione con le cose?  "Tutto questo sarà tuo": è tentazione continua, ricorrente, per cui i compromessi sono facili e all'ordine del giorno, se non si riesce a risolvere l'autentica relazione con le cose.
Quando diciamo di piccoli e di poveri, dovremmo avere il coraggio di entrarci dentro con una spiritualítà: capire che non stiamo parlando dei poveri e dei piccoli che sono carenti, bisognosi, e basta. Perché anche il piccolo e povero bisognoso, affamato, l'ultimo, deve essere evangelizzato, deve conoscere la gioia di essere tale, sebbene lui, piccolo e povero, non ci vuole essere. L'ho detto prima, all'ínizio: nemmeno io voglio essere piccolo e povero. E' così la storia di tutti i giorni, dei pidocchi che stanno disperatamente arricciati nella speranza di carpire, nel loro piccolo, quel pizzico di vantaggio.  L'evangelizzazione del piccolo e del povero è l'evangelízzazíone dell'uomo, dell'uomo al quale deve esser fatta presente la verità di fronte a Dio, la sua verità di fronte alla storia, davanti alla realtà tutta per cui o si converte o non entra nel Regno di Dio, foss'anche diventato ricco, potente, signore del mondo.
 Quando il vangelo di Matteo parla delle beatitudini dei "poveri", i Padri della Chiesa si preoccupano di spiegare "poveri in spirito"; è la preoccupazione di andare a toccare la povertà vera, quella scelta, quella accolta come dono. Come dice S. Leone Magno, di gente che si dispera c'è né tanta, ma i "consolati" saranno soltanto quelli che hanno la capacità di piangere e disperarsi dentro le mani di Dio.Se non riusciamo a portare l'uomo, qualsiasi uomo, a questo momento, come faremo a dargli la possibilità di scoprire la sua vera dimensione?
La domanda allora è: a chi do il mio potere?  A me o a Dio? A chi do il potere nella relazione delle cose?  La mia relazione con le persone, con gli altri è per servirmi di loro, per incantarli, per schiavizzarli, o per condividere, amare e servire?  A chi il potere? Se Gesù dell'esser figlio di Dio avesse colto il potere, probabilmente sarebbe stato famoso, sarebbe stato sfamato, potente, ma avrebbe ucciso, e per sempre, l'essere figlio di Dio.  Per questo il racconto delle tentazioni di Gesù è una proposta per uscire dagli schemi di una relazione di dominio e di sfruttamento, di potere. E' cambiata la prospettiva: i signori, i satrapi, i potenti di questo mondo tiranneggiano i loro simili, ma "tra Voi non sia così". Questo è il capovolgimento: chi vuol essere il primo si faccia ultimo e chi vuole comandare si faccia servo di tutti.
Quando dico che il primo si deve fare ultimo, dico che è importante stare vicino all'ultimo per sapere cosa succede e come vive.  Non lo sapremo mai se non ci mettiamo accanto a lui. E' importante capire questo cambiamento di prospettiva che non è un fatto forrnale ma profondamente esistenziale. Noi siamo abituati a discorsi di questo genere."Caro P. Pio, mi serviresti in diocesi; mi serviresti per il 25 settembre; mi serviresti per un incontro". "Mi serviresti" è un atteggiamento per il quale c'è il vescovo che sta al centro, e intorno a lui la diocesi, le parrocchie, le suore, i malati, il politico, la curia, le situazioni sociali varie, ecc. Ed ecco che egli comincia ad agire dicendo: "tu hai studiato diritto, bene, mi serviresti qui in curia. Ma guarda che bella famigliola che siete: giustappunto stavo per mettere su, in diocesi, un centro per la famiglia, e voi mi potreste fare un bel corso per fidanzati.  Voialtri, invece, un corso per i battesimi, voi per la cresima", e via dicendo. "Ma... veramente... noi...". "Ma no! Guarda che come lo fai te non lo fa nessuno".  "Voi siete malati? Che bello.  L' 11 febbraio facciamo una festa e porto il santissimo: vedrai che bello". "Ma, Eccellenza, fa freddo!" "Beh, metteteVi la coperta sopra". "Ma piove!" "Storie! A Lourdes lo facciamo anche se diluvia! Non vi preoccupate". Bene, potrei continuare, ma ci siamo capiti: "tu mi servi", questa è la verítà, nuda e cruda.
Il vangelo?  Prospettiva totalmente diversa. C'è il vescovo che sta al centro, ma il rapporto è cambiato: "tu chi sei?" "Sono una suora di una comunità religiosa". "E qual è il vostro carísma, che lo voglio conoscere, lo voglio far crescere perché è un dono di Dio per la diocesi e io voglio fare in modo che questa diocesi sia arricchita dal dono di Dio che siete voi". "E tu chi sei?" "Sono un gesuita". "E qual'è il tuo dono?" "Beh, mi trovo in un momento difficile che io stesso non so". "Parliamone discutiamone, perché se tu sei qui, nella storia della mia vita, io devo sapere cosa posso fare per te e capire quali sono le linee che il progetto di Dio ha per te". "E voi siete una bella famiglia, che Dio vi benedica: qual è la vostra vocazione? Per che cosa vi sentite portati? Vi posso aiutare in questo. Bene, andiamo insieme dunque".
 Insomma, un vescovo in ginocchio davanti a Dio, davanti al fratello, per capire che cosa questo gruppo, questa associazione, questo momento, questo malato, questo fratello... hanno, affinchè le possa far crescere e servire.  E' assurdo pensare che una diocesi vada avanti perché io, a tavolino, faccio dei progetti. Mi vergogno d'aver fatto il prete, per qualche tempo, con questo stile.  Probabilmente non sono stato aiutato ed educato, non ho avuto l'impatto con i fallimenti che sono stati, poi, i grandi maestri della mia vita.  Forse avrei dovuto averli il più presto possibile per evitare, successivamente, forme di prepotenza.  Fatto sta che quando al Signore è piaciuto il mio fallimento, esso è stato il mio maestro.  Ciò non toglie il fatto che questo è accaduto per la presunzione d'esser io a fare progetti sugli altri.
Quando nella Dei Verbum si dice che la Chiesa è il "religioso ascolto della Parola", questo "religioso" non significa mutismo davanti alla Parola. La domanda è un'altra: entra la Parola nella nostra esperienza cristiana?  Quanto è ancora lontano il tempo in cui si arriva a determinare le scelte della vita sulla meditazione della Parola? Lo vediamo nei nostri piccoli esempi.  Il mio progetto di vescovo nasce dalla meditazione nell'ascolto della Parola? Il progetto parrocchiale, il consiglio pastorale, nasce nell'ascolto della Parola per mutuarne le linee di condotta?
Faccio un altro esempio.  Due giovani si sposano; vanno dal sacerdote e questi gli dice: questo è il libretto, scegliete le letture che vi piacciono.  E' questo il modo di testimoniare che la Parola di Dio è al centro?  Solo se riusciamo a dire a questi ragazzi: prendete la Parola di Dio e vedete in che modo essa orienta la vostra scelta matrimoniale nel sacramento, allora si sceglie la Parola, e si scelgono le linee di comportamento e di annuncio della Parola della liturgia nuziale.
E' la Parola di Dio che mi salva e "serve", affinché io veda come essa mi salva dal mio peccato, mi giudica e perdona, lei Parola di misericordia e di tenerezza del Padre. La Parola di Dio, nell'esperienza cristiana attuale, non sta al centro; essa è drammaticamente messa da parte.  Non mi venite a dire che abbiamo fatto la scelta dei piccoli e dei poveri, perché questo si fa solo a partire dal vangelo.  Ed è soltanto da lì che io riesco a cogliere la vera sfumatura, la vera lettura di ciò che la Bibbia definisce piccolo e povero.
E' di nuovo un vescovo che si confessa e dice: è tanto difficile uscire dal paternalísmo, dalla mentalítà di maestro, di direttore d'orchestra, ed entrare invece nella mentalità del servizio, dell'ascolto, del dialogo, del mettere il problema sul tavolo proprio perché riguarda entrambi, della capacità di dare ascolto alla Chiesa tutta senza privilegiare una porzione di essa.
Sento ogni tanto, anche da eccellentissimi confratelli e da poveri cristi, dire: "Siccome i preti sono pochi, dobbiamo farci aiutare dai laici".  Il senso di questa affermazione è chiaro: io ho il potere, non riesco a tenerlo tutto, se però adesso alcuni li coopto ínsieme possiamo...
Non è questa la "promozione del laici" di cui parla il Concilio, che invece è assunzione di responsabilità della Chiesa. Sento ancora sofferenza e amarezza quando si parla di "noi" e di "voi", quando si continua a distinguere, nella Chiesa, tra coloro che hanno il cosiddetto potere e coloro che hanno soltanto la grazia d'esecuzione. "Tra voi non sia così...", questa è la volontà di Dio.
Che cosa possiamo fare perché la volontà di Dio sia fatta, affinché il Regno venga?  Io sogno consigli pastorali nel quali sacerdoti, religiosi e laici si mettono insieme a dire che cosa possono fare per annuncíare Gesù in un territorio.
Questo sarà impossibile fintantoché non ci convertiamo. Gesù non avrebbe potuto insegnare il pericolo del potere se prima non l'avesse vissuto e vinto nella sua carne. Mi permetto di dire, da fratello, che questo problema riguarda anche voi. Il problema è enorme, non è un fatto solo emotivo, solo religioso, ma di verità. E'  proprio vero che tu, mamma, sei in ascolto del piccolo e povero che è tuo figlio/a per servirlo nella sua crescita? O stai in ascolto delle tue ansie, delle tue nevrosi, delle tue insicurezze? E che scelte fai?  Per la sua crescita o per le tue paure?
E' proprio vero che tu educatore sei preoccupato della crescita dei tuoi alunni, dei tuoi studenti, o sei preoccupato solo di portare avanti il programma per scrivere nel registro che l'hai fatto tutto e poter dire, davanti ai colleghi, che sei a posto?
E quando parliamo dei piccoli e dei poveri che sono meno dotati, quelli antipatici, quelli che ti urtano, quelli con la faccia da prepotente che ti guardano e sembra che vogliano incenerirti...Tu, insegnante e genitore, che non li puoi digerire, sai che quelli sono i poveri da servire e ascoltare? Come faccio a dire che abbiamo risolto il problema, o che lo possiamo risolvere, ai livelli macroscopici, se poi, nel nostro píccolo mondo, non lo abbiamo risolto e continuiamo a fare i conti della spesa? Sono questi i problemi su cui alla fine, nel nostro cuore, si combatte l'ultima e decisiva battaglia. Dostoevskij diceva che la bellezza era il campo di battaglia dove il diavolo e il buon Dio si contendevano il cuore dell'uomo. Di questo possiamo fare la parafrasi: per noi il vangelo dei piccoli e dei poveri è il campo di battaglia dove Dio e il diavolo si contendono il nostro cuore.  Parlo dei dirigenti: sono veramente in ascolto dello sviluppo dell'azienda, dello sviluppo sociale, della crescita individuale dei vari dipendenti, o della propria carriera?  Operano per l'interesse di una politica che dev'essere perseguita, o per l'ottuso proprio punto di vista che dev'essere osservato solo perché io sono il dirigente e non voglioche qualcuno pensi meglio di me, più intelligentemente di me?
Il fidanzato, davvero sta attento in rispettosa venerazione della crescita globale di lei o, assai presto, si arriva a dire: "ma dai, piantiamola con questi scrupoli"; ben sapendo che il problema non è di essere scrupolosi o meno, ma se veramente sta crescendo l'uomo o se sta crescendo il nostro egoismo, la nostra prepotenza.
A me piacerebbe tanto se, alla fine, parlando di "cattedra dei piccoli e dei poveri", si riuscisse ad andare da loro per ascoltarli, per sapere come vivono, e che questo determinasse la nostra vita.
Ad un papà di famiglia che guadagna 1.250.000 lire, che ha moglie e due figlie (la moglie ha perso il lavoro, c'è anche la suocera da  ricoverare), servivano 5 milioni.  E' arrivato a farsi finanziare tale somma con interessi che alla fine lo porteranno a pagare 9.500.000.  Gli ho detto: "perché non li hai chiesti a me,
invece di metterti nelle mani di questi strozzini?". Mi ha guardato dicendomi: eh, sì! Se sapessi quanti siamo in queste condizioni! Se tutti venissimo da te dovresti
essere la Banca d'Italia". Forse questo è uno di quei poveri e piccoli che capisce le cose. Ma quanta amarezza, quanta tenerezza !
Ma la gente lo sa come vivono i poveri? Sanno come riesce ad essere amara la vita di una donna che non si sente amata? La settimana scorsa, a Lourdes, una signora colpita da ictus, giovane, ancora piacente, ma sballata, mi confessa: "la cosa che più mi umilia è che mio marito mi dice: 'che cosa devo farci con una donna come te?'".  Ho risposto: "guarda che l'amore suo per te non se n'è andato adesso perché hai avuto l'ictus, ma l'amore suo per te non c'è stato mai.Per cui non avere paura: l'ictus ti ha rivelato che non c'è amore tra te e lui".  "Ma lo l'ho amato sempre e l'amo ancora".  E' la piccola e la povera che desidera essere amata e non trova corrispondeza. Ma lo sappiamo quanto sono amare le lacrime di una ragazza amata per scherzo, per una stagione balneare? E noi andiamo in giro, ridendo e scherzando di questo, e magari la domenica andiamo anche a messa?
L'ascolto dei piccoli e dei poveri ci mette, crudelmente, davanti ad una domanda fondamentale: chi sonno i miei padroni? Dobbiamo dire con verità chi è che comanda nella nostra vita. C'è una pagina molto forte di Paolo nella prima lettera al Corinti che mi permetto di leggere.  "E' in realtà, anche se vi sono degli dei in cielo e in terra, e di fatto ci sono molti dei e molti padroni, per noi c'è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per Lui. Un solo Signore Gesù Cristo per il quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per Lui".  Fin tanto che Dio non è il Signore della mia vita, fin tanto che non è il Cristo colui che ha preso in mano la mia esistenza, io sono sotto padrone. Non so chi sia, posso cercarlo, ma non sono libero.  Forse si chiamerà commendator Giovanni Orgoglio,
forse signora Elisabetta Gelosia, forse Risentimento o forse Profitto. Non lo so! Fatto sta che questi signori sono i miei padroni, a meno che io non esca dal loro libro paga ed entri nella libertà dei figli di Dio. Questa è la scelta: o il potere o il vangelo. Un potere che mi offre la vendetta, il risentimento, il guadagno, ecc., tutte cose che mi affascinano e che sono talmente in alto che non so come fare a rinunciarvi. Il loro stipendio, la loro tangente m'appaga; ma, o la butto via e scelgo il Signore, o sono schiavo, sotto padrone.
La proposta di Gesù per uscirne fuori è di servire:"Tra voi non sia così, ma mettetevi al servizio". La proposta è quella di diventare "servítori":  Lui l'ha fatto
per primo, si è messo a servizio e, pur essendo il Figlio di Dio, non ha ritenuto una sua proprietà la sua divinità ma si è messo a fare il servo di tutti. E' questo "servo" è far crescere l'altro, perché l'altro è un progetto di Dio.
Lungo la strada, mentre Gesù passava, arrivavano da tutte le parti pezzi di umanità sfaldata, disperata e, naturalmente davano fastidio. Cito soltanto Luca 18,35 dove si legge che "un cieco gridava aiuto e lo sgridavano perché tacesse". Io sempre vedo intorno a me un'infinità di persone per bene che gridano ai poveri di tutti i giorni di star zitti e di non alzare la voce e di non far sentire il loro bisogno perché danno fastidio. Oggi come ieri, continua la congiura del silenzio per evitare che si venga a sapere lo scandalo della povertà e della miseria, del bisogno e della nudità, perché disturba i progetti e i disegni dei potenti.
A questo punto si tratta di fare una scelta di campo: scegliere di non mettermi dalla parte di quelli che dicono " state zitti, smettetela di dar fastidio".  Le motivazioni per non farlo possono essere tante: "come posso dare mille lire ad ognuno che mi viene a pulire i vetri", o, "non posso comprare tutti gli accendini che mi vengono offerti", e ancora "non posso farmi la riserva di fazzolettini dentro la macchina", ecc. C'è qualcosa che non va, ma quel qualcosa va al di là delle mille lire.
Un episodio edificante l'ho avuto tempo fa. Ho incontrato uno di loro ed io, che conosco un po' di arabo, gli dico: "Buongiorno!".  Lui non mi risponde. Ripeto: "come stai?" Lui niente. Gli dico che mi chiamo Salvatore, e lui ancora niente.  Gli domando: "come ti chiami?". Alla fine scocciato, nella sua lingua mi risponde: "non sono cristiano". In quel momento mi veniva voglia di dirgli: "ma chi se ne importa!". Tutto sommato, avevo fatto di tutto per dialogare con lui. Continuai però il dialogo dicendogli: "c'è un solo Dio". Allora mi risponde così: "io non sono cristiano perché vivo insieme ad altri sette come me e diamo 100.000 lire al mese al padrone di casa per una stanza con otto letti. Però lui tutti i giorni va in chiesa. Lui buono cristiano, io no cristiano".  Per noi il vù cumprà non è quello che ci avvicina per vendere qualcosa ma è un uomo, è anche lui come noi, pieno di passioni, di problemi, di storie, di amarezze, di delusioni.  Quel "cristiano" tutti i giorni andava a messa. Come fare a spiegargli che quello non era cristiano? Che noi non siamo cristiani fin quando il potere ci piace, la comodità ci piace, il lusso ci piace ...?
 E c'è ancora una cosa che nella Bibbia mi colpisce: l'ascolto dei piccoli è ancora oggi criticato come allora.  Quando c'era qualcosa su cui non erano d'accordo, i discepoli, senza tanti pudori, dicevano: "perché parli con quella?  Perché ti sei messo con quello lì? Non dare ascolto a questi perché non sono all'altezza". Marco racconta che loro stessi, quando hanno avuto per messaggera Maria Maddalena, considerando che era una donna e che donna era stata, non vollero credere.  Gesù li dovette rimproverare per la loro durezza di cuore.  L'ascolto degli ultimi ha trovato, fin dall'inízio, ostacolo in coloro che erano al seguito di Gesù.  Appare chiaro, in Luca, come per i discepoli il centuríone, poiché aveva fatto costruire lasinagoga, poichè aveva fatto tanto del bene, era uno da ascoltare in quanto persona perbene.  Ci sono persone perbene da ascoltare e persone che non sono tali e perciò da non ascoltare perché non meritano. Ma Gesù ha detto: "Tra voi non sia così".
 La Bibbia presenta un certo numero di urgenze etiche che sono tra loro intrecciate:  il rispetto dei poveri, la difesa dei deboli, la salute dei malati, la salvaguardia della vita nascente in difficoltà, la protezíone degli stranieri, l'atteggiamento sospettoso verso la ricchezza, la condanna del dominio con il denaro, la ribellione verso il potere totalitario. La volontà del vangelo verso queste situazioni abusive si può esprimere attraverso scelte politiche pluralistiche. Non entro nel merito.  So che nessun cristiano, pena il tradire la sua fede, ha il diritto di sostenere delle opzioni che accettano, propagandano o convalidano ciò che la rivelazione e la semplice coscienza umana non può che condannare. Per i cristiani questi criteri derivanti dal vangelo costituiscono  la norma in base alla quale rifiutare o aderire a determinate  scelte politiche.  Dico con forza che sulla base di questi criteri ogni cristiano ha il dovere di capire, in ogni proposta, ciò che essa ha di degradante per l'uomo. Non gli è consentito di scegliere da una parte il vangelo e dall'altra l'ammiccamento al potere.
 Lo sbriciolamento dell'istituto familiare per le condizioni economiche che penalizzano la famiglia stessa, lo sfruttamento del lavoro degli immigrati, il saccheggio del terzo mondo, il calo delle nascite, il ciclo disumanizzante tra consumismo e produzione, il disprezzo per la vita umana là dove è minacciata, e noti solo dall'aborto e dall'eutanasia, ma anche dal disinteresse per la sanità, dalla faciloneria nelle garanzie di salvaguardia nei cantieri, nelle miniere, nella produzione di veleni, e così via: tutto ciò interpella il cristiano.  Il disprezzo per la vita umana così sfacciato, la condizione della donna e il mancato rispetto della sua dignità, della sua missione, della sua vocazione; la crisi della scuola e l'incapacità di formare personalità forti, ricche e qualificate; la crisi giudiziaria, politica, economica, e via di seguito sono fatti che interpellano il cristiano. Ma il cristiano, a partire dal vangelo, che cosa ha da dire di fronte a questi fatti? Qui inizia la conversione personale di ciascuno, perchè il rischio è, ancora una volta, di cercare una soluzione soltanto politicamente, quando invece è essenzialmente e squisitamente un fatto di conversione. Nessuno sforzo politico sarà capace di risolvere autenticamente i problemi dell'uomo se non si mette al servizio, gratuito, dell'uomo.
C'è ancora un altro rischio: quello di tentare di risolvere il fatto salvifico in una serie di valori buoni e validi, che si ritrovano poi proposti su tutti i cartelli e i mercati mondani. Senza la conversione corriamo il rischio di ridurre il cristianesimo a pura azione umanitaria nei vari casi di assistenza, filantropismo,  solidarietà, cultura; rischiamo di identificare il messaggio evangelico nell'impegno al dialogo tra i popoli e le religioni, in cerca di benessere e di progresso, nell'esortazione a ríspettare la natura. La Chiesa di Dio viene scambiata, per usare una espressione del Card. Biffi, per una organizzazione benefica. Questa è l'insidia mortale che si va delineando e dalla quale prendere le distanze.  Non è questo il messaggio di Gesù.
La scuola dei piccoli e dei poveri, lungi dall'essere una moda,  diventa l'insostituibile itinerario affinché "tra noi sia così".

 

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