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Il testo è contenuto nell'editoriale del nuovo numero de "La Parola che corre", già disponibile nell'apposita sezione del nostro sito in formato pdf.
Insieme si può… insieme, tutti con Gesù 


Grazie ! Non posso usare parola più adatta. Grazie per la bella festa del 4 gennaio e grazie per quello che poi è accaduto dopo l’operazione del 7 gennaio. Ho sperimentato di vivere in una famiglia, nella bella famiglia della chiesa di Frosinone – Veroli – Ferentino. Ora va bene, vi ringrazio ancora, di vero cuore.

In questo tempo passato nell’ospedale di Frosinone, ho pensato, molto. Ho ragionato sulle difficoltà che nella vita tutti incontrano, dai genitori alle prese con i figli, ai problemi del lavoro, ai malati; penso a quelli che soffrono, poveri, vecchi che non si fanno capire e nessuno li ascolta, penso ai carcerati, preoccupati della loro famiglia, per la quale non possono fare niente, penso ai disperati, penso che il mercoledì, qui in ospedale vengono uccisi, con l’aborto, i bambini ritenuti scomodi.

La novità cristiana dovrebbe significare impegno per sostenere tutte queste situazioni. E’ evidente che ci sarebbe bisogno di unire gli sforzi, di mettere insieme possibilità, capacità, conoscenze per risolvere le questioni che tanti angustiano, fino ad arrivare, in qualche caso, a gesti di disperazione. La Chiesa non vuole sostituirsi a chi ha il compito istituzionale di provvedere ma vuole collaborare, affiancare, mettersi al servizio. La diocesi di Frosinone – Veroli – Ferentino dichiara apertamente il suo impegno a collaborare con tutti per  alleviare le ferite di tanti nostri fratelli che soffrono amaramente. “Insieme si può”. Questo è l’impegno fino a Pasqua! 
La novità cristiana però non si ferma soltanto all’aiuto materiale ma deve preoccuparsi della vita spirituale, soprattutto di quanti sono “negli inferi”, vivono cioè l’esperienza del peccato, dell’invidia, della gelosia, dell’egoismo, della violenza, dello sfruttamento… Ho sempre desiderato nella mia vita di battezzato, di prete e di vescovo, vivere completamente abbandonato alla volontà di Dio, come un bambino fiducioso tra le braccia del suo papà. E’ stato ed è lo sforzo di tutta la mia esistenza. L’esperienza di questi giorni di malattia e di forzato silenzio, mi ha fatto sperimentare con forza quanto costi questo abbandonarsi e, allo stesso tempo, la gioia e la serenità che esso porta inevitabilmente con sé. Mi ha sempre commosso l’asserto, contenuto nel cosiddetto “simbolo degli apostoli”, dove affermiamo con fede che il Signore Gesù Cristo, Figlio unigenito ed eterno del Padre “…patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi…” Vuol dire che Gesù divenne solidale fino in fondo con l’umanità al punto da provare l’esperienza terribile della morte. Ha dovuto sentire il dramma della lontananza dal Padre, gridando dalla croce il suo sentirsi abbandonato ma, allo stesso tempo ha riaffermato nel suo ultimo respiro il suo abbandonarsi al Padre. Ho potuto sperimentare in prima persona  questo: scendere agli inferi e risalire, accende il desiderio di essere noi stessi per i fratelli strumenti di questa liberazione nel modo e nelle circostanze che il Padre ci chiede. Anche per tutto questo ripeto ancora “in manus tuas !…

Ho ripensato alle nozze di Cana. Maria dice a Gesù: non hanno più vino. Io dico, non abbiamo più forza, Signore, cambia questa nostra debolezza in libertà.

+ Salvatore Boccaccio
Vescovo