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Chiesa San Paolo Apostolo – Frosinone

3 febbraio 2019

 

Care sorelle e cari fratelli,
caro don Franco e caro Paolo,
 
siamo contenti di stringerci oggi attorno a voi, ministri ordinati della Parola e dei sacramenti, che oggi vi succedete nel servizio a questa comunità. Don Franco, come alcuni sapranno, aveva manifestato già da un po’ il desiderio di terminare il suo servizio pastorale parrocchiale. La successione nel proprio incarico pastorale non comporta nulla di straordinario, perché fa parte della normalità della vita di una Diocesi. In questo senso, ogni comunità ha una sua vita in unità con il pastore chiamato a guidarla, ma il suo cammino cristiano verso la santità deve procedere spedito anche con i cambiamenti che possono avvenire. E’, infatti, segno di maturità cristiana che ognuno continui l’impegno nella sua comunità al di là degli avvicendamenti normali dei sacerdoti che la vita di una diocesi sempre comportano. Pertanto, sono certo che questa comunità continuerà a portare nel cuore e a testimoniare la gioia di quel Vangelo che ci comunica la gratuità dell’amore di Dio, quella grazia di cui ci ha parlato il Vangelo di oggi. Il brano che abbiamo ascoltato è la continuazione dell’episodio della preghiera di Gesù nella sinagoga di Nazareth, dove aveva letto il testo del libro di Isaia, che proclamava la grazia di Dio a partire dai poveri.
 
La lettura del testo del profeta si era conclusa con la reazione di meraviglia degli astanti di fronte alle parole di Gesù. Essa tuttavia si trasforma inaspettatamente in aperta ostilità verso Gesù, tanto da cercare di eliminarlo. Perché?, ci chiediamo. Gesù aveva interrotto la lettura del testo del profeta, che diceva: “per proclamare l’anno di grazia del Signore, il giorno di vendetta del nostro Dio”. Gesù elimina le parole sulla vendetta, cioè l’idea di una giustizia che vorrebbe premiare i buoni ed eliminare i cattivi. Davvero una profezia tanto attuale anche per il nostro tempo e per noi cristiani, in una società dove sembrano predominare astio, desiderio di vendetta e di rivalsa, che costruisce nemici ogni giorno; e il nemico può diventare persino un parente o un tuo parrocchiano. Oggi poi questo desiderio di essere contro si sfoga sui social, dove ormai si scrive e si condivide di tutto contro tutti. Questo modo di vivere, cari amici, non ha niente a che fare con il vangelo di Gesù, non può quindi essere proprio dei cristiani. Come ho detto altre volte, se sei cristiano e condividi un insulto o parole di odio anche con un semplice “mi piace”, ti devi confessare, perché noi siamo chiamati a condividere l’amore e la bontà, non la rabbia e l’odio, e richiesti di amare persino il nemico.
 
E la grazia, cioè la gratuità dell’amore di Dio, rende universali. Gesù porta l’esempio di Elia ed Eliseo, due profeti, che furono mandati da Dio a soccorrere non dei bisognosi del popolo di Israele, bensì due stranieri, una vedova di Sarepta di Sidone e Naaman il Siro. Quante misure, quanti confini poniamo all’amore universale di Dio?  In alcuni momenti non rischiamo di essere come gli abitanti di Nazareth, difendendo confini, tracciando misure ben precise tra l’uno e l’altro, chiudendoci nel nostro piccolo gruppo? Eppure, mi chiedo, non avete gustato anche voi la gioia di amare tutti senza distinzione quando avete distribuito cibo o vestiti a chi aveva bisogno, quando siete stati al centro di ascolto e avete accolto chi veniva di là della sua origine, oppure quando avete visitato un anziano o un malato, o quando vi siete dedicati all’educazione umana e cristiana dei piccoli e dei giovani?
 
Care sorelle e cari fratelli, nel Vangelo di oggi è nascosto il programma della vita terrena di Gesù, che deve diventare il nostro programma. Esso è molto concreto, l’unico per i cristiani, un programma che dobbiamo scegliere per resistere alla propaganda dell’odio e del nemico, all’abitudine a vivere insoddisfatti e arrabbiati, per volere la vita e non la morte. A volte ci si sente padroni assoluti di tutto, persino della vita e della morte. Nella giornata della vita, che oggi celebriamo, vorrei ricordare che non siamo padroni assoluti di nulla, tanto meno di far nascere o far morire per una nostra decisione. L’amore ci renda tutti difensori della vita di chi deve nascere e di chi perde le forze per la malattia o la vecchiaia. La vita si difende anzitutto con quell’amore di cui ci ha parlato il Vangelo e che siamo chiamati a comunicare con fedeltà.

Ci viene in aiuto l’apostolo Paolo, patrono di questa comunità, in quel bellissimo brano della prima lettera ai Corinzi, l’inno alla carità, come viene giustamente chiamato. Sì, bisogna cantare la carità per resistere al male e vincere il male con il bene. Solo la carità rimarrà perché il Paradiso è grazia e carità. “La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio,  non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”. Ecco il tuo programma, caro don Paolo. Ecco il nostro programma. Il resto verrà, ma senza questo, non ci sarà nulla di buono e di vero, non costruiremo la comunità cristiana, ma solo noi stessi. Ci agiteremo, cercheremo consensi, saremo protagonisti anche di cose buone, ma non servi e amici, perché solo gli umili che si chinano sul bisogno degli altri sanno essere anche amici.
 
Poco prima l’apostolo aveva detto che se anche avessimo tutte le migliori capacità, i migliori carismi e doni, senza la carità, niente ci gioverebbe. Vivere di questa carità senza confini è l’augurio che faccio a te, caro don Paolo, e alla comunità  a te affidata, accompagnandoti con la nostra preghiera nel rendimento di grazie al Signore per l’amore con cui guarda alla nostra vita. E grazie anche a te, caro don Franco, per il bene che hai fatto qui e che continuerai a compiere negli incarichi che ancora hai nella diocesi. La preghiera sia la nostra forza e li Vangelo la nostra gioia. Amen!

Vescovo Ambrogio