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  creato 2018 sabato mattina “Coltivare l’alleanza con la terra” è il tema di questa giornata, che abbiamo voluto vivere in uno spirito ecumenico. La presenza del Pastore Luca Maria Negro, Presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, sottolinea questa dimensione. Grazie per essere con noi. Ma ormai siamo abituati a incontrarci e a riflettere insieme  con l’ufficio per l’ecumenismo della CEI. 
Ringrazio la Segreteria CEI soprattutto l’Ufficio Nazionale per i Problemi Sociali e il Lavoro, qui rappresentato dal Direttore Mons. Fabiano Longoni, e l’omologa Commissione episcopale, per aver accettato la proposta di celebrare questa giornata nella nostra Diocesi. Ringrazio anche Alfonso Cauteruccio di Greenaccord che ci ha aiutato nell’organizzazione di questo convegno che precede la celebrazione eucaristica di domani, nonché Diaconia e il Seminario di Veroli per la collaborazione nella preparazione e nell’ospitalità. Un saluto ai relatori che ci onorano della loro presenza e a tutti voi giornalisti, che siete ovviamente un anello di trasmissione importante in questo tempo difficile in cui abbiamo bisogno di notizie vere e di conoscenze approfondite nella complessità della globalizzazione, soprattutto sui temi che hanno a che fare con l’ambiente umano e materiale in cui viviamo. C’è poco da scherzare sulle conseguenze nefaste che la scarsa coscienza di alcune nostre brutte prassi avranno sul futuro del pianeta Terra. Basta vedere le bizze dell’andamento climatico in Europa durante quest’anno. Chi ancora nega la responsabilità umana nell’innalzamento delle temperature farebbe bene a farsi un giro del mondo in alcuni periodi dell’anno o a vivere in luoghi dove cicloni, tsunami, o altri fenomeni atmosferici stanno mettendo a rischio intere popolazioni. Vedi, per fare solo un esempio recente, le piogge monsoniche torrenziali delle scorse settimane in Kerala, che hanno provocato morti e distruzione, oltre a circa 600  mila sfollati.

   Per rimanere nei temi ambientali recentemente dibattuti anche nel nostro paese, vorrei accennare all’uso eccessivo della plastica e delle sue conseguenze sui mari e suarcobaleno alleanza di Dio minil buon pesce che mangiamo. Pensate solo che nel Pacifico esiste un’isola di plastica estesa tre volte la Spagna. Ogni anno almeno 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare. Mi sembra un’ottima scelta quella che sta facendo il ministro Costa a tale proposito sia come sensibilizzazione sulle nostre spiagge sia come decisioni operative. Si deve però fare di più, anche sul riciclo dei rifiuti. Il Mare Nostrum non è esente dall’accumulo di plastica che rappresenta ben l’80% dei rifiuti che vi si trovano. Scrive uno studio recente: “Nel Mediterraneo, in media, ci sono 115.000 pezzi di plastica galleggianti per chilometro quadrato. Questa stima ci dice che ci sono più di 290 miliardi di pezzetti di plastica(da Idee green, Isola di rifiuti. Dati allarmanti, 3.08.17) nei primi 15 centimetri di acqua”. Significa che i pesci di cui ci nutriamo sono un po’ plastificati!
   Si potrebbe continuare parlando dell’Italia e dei diversi SIN che attendono la bonifica. Da noi esiste l’annoso problema della Valle del Sacco, su cui si sta creando una sensibilità nuova a livello locale tra le varie forze del territorio. Io aggiungerei la Valle del Liri, perché non si deve nascondere che i liquami che ogni tanto vi si trovano avranno qualche origine. Certo, ci vogliono risorse per le bonifiche, ma soprattutto ci vuole una visione, un piano pluriennale. E si deve pur cominciare! Nel 2010 diedi vita a un tavolo sulla Valle del Sacco, dove erano rappresentate tutte le diverse espressioni ammnistrative e della società civile del territorio che produsse un progetto interessante. Se ne doveva occupare la politica, ma è rimasto lettera morta! Comunque sono ottimista. Vedo crescere interesse per queste sofferenze e credo si troveranno delle risposte. Si deve dare vita con urgenza a processi per evitare conseguenze peggiori per la vita e la salute degli abitanti di questa bella terra. La risposta tuttavia non può essere solo ridursi a facili allarmismi o a una serie di no, come a tutto ciò che riguarda la raccolta o il trattamento dei rifiuti!  
  Il messaggio di quest’anno, dal titolo “Coltivare l’alleanza con la terra” ha voluto assumere un carattere ecumenico proprio per sottolineare quanto la riflessione e la corrispondente azione per la cura del creato coinvolga da anni tutte le chiese cristiane. Anzi, bisogna riconoscere che la sensibilità e la riflessione teologica su questo tema è stata portata avanti per anni nel mondo delle chiese evangeliche e dal Patriarcato Ecumenico più che dalla chiesa cattolica. Sono noti ad esempio gli scritti Jurgen Moltmann e l’impegno del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I. E’ stata necessaria l’enciclica Laudato si’  di papa Francesco perché il tema divenisse centrale anche nella nostra Chiesa. Tuttavia, la coscienza teologica e pastorale su quanto riguarda la cura del creato stenta a diffondersi, anche se buone pratiche e giuste battaglie cominciano ad affacciarsi.
   Mi permetto di citare alcuni esempi della nostra diocesi. Abbiamo cominciato con la cooperativa di Agricoltura Sociale, recuperando terreni e uliveti abbandonati. Poi ci siamo concentrati sulla raccolta del RAEE, creando una cooperativa ad hoc per un settore di raccolta di rifiuti che vede un aumento della percentuale di raccolta in Italia, sebbene sia un settore ancora sottostimato anche per il valore economico che potrebbe avere. Sappiamo inoltre come questo settore sia uno delle attrazioni della criminalità organizzata!
   Vorrei ora brevemente dire una parola sul tema della giornata di quest’anno: Coltivare l’alleanza con la terra. Il tema richiama due termini biblici: coltivare e alleanza. Il primo fa riferimento al compito che Dio affida all’essere umano, uomo e donna, secondo la Genesi: “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gn 2,15). La parola ebraica, il verbo ‘abad, indica il lavoro dell’uomo, ciò che egli deve compiere perché la terra produca frutto. Dalla stessa radice ebraica deriva il termine “schiavitù” (‘abodah).  L’essere umano “coltivando” la terra conduce un’opera che gli consente di essere libero. Il lavoro della terra è quindi libertà per l’uomo. Comprendiamo come la Bibbia dia un valore inestimabile al lavoro, e di conseguenza come la mancanza di lavoro o un lavoro che rende schiavi sia esattamente l’opposto a quanto Dio vuole e comprometta il fine stesso dell’esistenza umana. Non parlerò della disoccupazione, di cui anche questa terra è gravemente afflitta e che costringe molti giovani all’emigrazione, ma sì del caporalato, cioè della schiavitù del lavoro così diffuso in Italia, anche non lontano da noi come nel Pontino, o, in modo più sottile, di un’altra forma di schiavitù che riguarda il lavoro in nero delle badanti, cui abbiamo fatto l’abitudine fino a giustificarlo. La parola ebraica ci pone perciò di fronte all’ambiguità del lavoro, che può condurre alla libertà, dando quindi dignità, o alla schiavitù, deturpando in noi l’immagine stessa di Dio.
   Giustamente il testo di questa giornata rileva come “il coltivare non può che andare di pari passo con il custodire” la terra. La garanzia della connessione tra i due compiti affidati all’essere umano si realizza nell’alleanza, questo patto di amore tra Dio, l’uomo e la terra. Dio ricordandolo rende possibile questa connessione, che noi siamo chiamati a vivere. Una delle immagini più evocatrici di questa connessione si trova nelle parole rivolte da Dio a Noè dopo il diluvio: “Dio disse a Noè e ai suoi figli con lui: 9"Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, 10con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall'arca, con tutti gli animali della terra. 11Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutta alcuna carne dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra". Dio disse: "Questo è il segno dell'alleanza che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi per tutte le generazioni future. … Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell'alleanza tra me e la terra. L'arco sarà sulle nubi, e io lo guarderò per ricordare l'alleanza eterna tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne che è sulla terra". Disse Dio a Noè: "Questo è il segno dell'alleanza che io ho stabilito tra me e ogni carne che è sulla terra".

   L’alleanza riguarda ogni essere vivente e ha come conseguenza l’impegno di Dio nei confronti della preservazione della terra da un altro diluvio. Essa sarà caratterizzata da un segno: un arco nel cielo. E’ significativo che il termine ebraico per “arco” indichi proprio uno strumento di guerra, quell’arco necessario in ogni battaglia, che qui viene trasformato in segno di pace. Esso, posto nel cielo, ricorderà a Dio stesso il patto di amore con il quale si è impegnato con l’umanità e la terra a preservarla dalla violenza e quindi dalla distruzione, mentre per l’umanità sarà un segno di pace che potrà guarire dalla violenza diffusa. Infatti, il diluvio fu provocato dalla violenza umana, fu cioè la conseguenza del sovvertimento che la violenza provoca anche sul creato, come leggiamo al capitolo sesto della Genesi: “Dio disse a Noè: E’ venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro è piena di violenza; ecco, io distruggerò il bestiame con la terra” (6,13).
   Cari amici, si dovrebbe riflettere su questa sapienza biblica, così antica e nello stesso tempo così attuale. Sì, anche la nostra terra è piena di violenza, violenza tra essere umani, violenza tra i popoli, violenza sui poveri, violenza di gesti e parole (i social ne sono inondati!), violenza che si pensa di combattere con la violenza delle armi, come se le guerre o le armi avessero mai risolto i problemi dell’umanità. Ben ha fatto papa Francesco a cambiare la dottrina della Chiesa cattolica sulla pena di morte, affermando che essa “è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona”. Si dovrebbero ricordare i suoi detrattori che la Chiesa ha perfezionato la sua dottrina molte volte nel tempo. Pensiamo solo alla schiavitù, ammessa e pure giustificata dalla Chiesa nel passato, appellandosi alla Scrittura. Ma la Scrittura va letta alla luce dello Spirito che parla nella storia e nei tempi della storia.  
   La stessa violenza raccontata dalla Bibbia nei primi capitoli si continua a perpetrare contro la terra. Ci sentiamo troppo padroni e ci permettiamo di continuare a sfruttare le risorse in modo indiscriminato. Forse si deve cominciare a pensare, ad esempio, che la decarbonizzazione avrebbe i suoi effetti positivi come molti studi hanno dimostrato, tenendo conto che ancora il 40% delle emissioni di anidride carbonica è determinato dall’uso del carbone e che sono previste nel mondo più di 1200 nuove centrali a carbone. E’ tuttavia chiaro che le scelte per evitare il continuo innalzamento delle temperature comportano cambiamenti sostanziali che richiederanno sviluppi industriali innovativi e nuove prospettive e stili di vita. Insomma, se si vuole evitare il peggioramento delle nostre condizioni di vita, occorre immaginare e creare una prospettiva che coinvolga tutti, a cominciare dal nostro modo quotidiano di vivere. Scrivono Carlo Carraro e Alessandra Mazzai: “Si può dimostrare che investire in modo da controllare il cambiamento climatico è economicamente conveniente rispetto alle spese che dovremo sostenere se, ignorando o rimandando il problema, ci dovessimo trovare, tra non più di qualche decennio, in un mondo più pericoloso, con danni da eventi meteorologici estremi sempre più frequenti e dalle risorse naturali sempre più scarse” (Il clima che cambia, p. 9).  
   Termino con un accenno alla connessione esistente tra migrazioni e cambiamenti climatici, visto che il tema migrazioni rimane un luogo di continuo dibattitto, dibattito condotto sovente senza una dovuta conoscenza dei fenomeni migratori che globalmente non andranno certo a diminuire. E’ a tutti noto quanto la deforestazione, la desertificazione, le catastrofi naturali, contribuiscano in modo sostanziale allo spostamento di intere popolazioni. I cambiamenti climatici stanno innescando un mutamento geopolitico e demografico strutturale che condizionerà i prossimi decenni. Sebbene ancora non esistano stime certe del fenomeno, numerosi studi hanno cercato di quantificarne la portata. Le previsioni parlano di un potenziale numero di migranti ambientali, entro il 2050, che potrebbe variare da 50 milioni a 350 milioni. La stima più citata è quella fornita da Myers, che prevede 200 milioni di potenziali migranti ambientali entro il 2050. Nelle ultime stime dell’agenzia ONU per i rifugiati si parla di circa 150 milioni. Secondo il Desertification Report 2014 dell’Unccd, entro il 2020 ben 60 milioni di persone potrebbero spostarsi dalle aree desertificate dell’Africa Sub-Sahariana verso il Nord Africa e l’Europa.
   Il fenomeno dei profughi climatico-ambientali è di rilevanza primaria e d’intensità superiore a quello dei profughi da guerra. Secondo l’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Iom) nel 2014 la probabilità di essere sfollati a causa di un disastro è salita del 60% rispetto a 40 anni fa. Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre del Norwegian Refugee Council, dal 2008 al 2015 ci sono stati 202,4 milioni di persone delocalizzate o sfollate, il 15% per eventi geofisici come eruzioni vulcaniche e terremoti, e l’85% per eventi atmosferici. Nel solo 2015 gli sfollati interni allo stesso Stato sono 27,8 milioni, di cui 8,6 milioni provocati da conflitti e violenze e 19,2 milioni provocati da disastri naturali, intensi e violenti.
   All’origine del fenomeno esistono un intreccio di cause che hanno reso molte terre inabitabili tra guerre, cambiamenti climatici e disastri ambientali, fame, povertà, disuguaglianze, dittature e persecuzioni.
   I migranti ambientali non rientrano nella figura di rifugiato riconosciuta dalla Convenzione di Ginevra, per cui a livello di protezione internazionale non hanno alcun diritto. Bisognerebbe quindi superare la definizione di rifugiato e in questo l'Europa potrebbe farsi promotrice presso l'Onu perché vengano riconosciuti diritti anche ai profughi ambientali.
   Ci si dovrebbe chiedere quali sono le nostre responsabilità davanti a un fenomeno planetario, le cui conseguenze sono inimmaginabili, ma che sarebbe possibile almeno in parte prevedere e governare con intelligenza e competenza, e ovviamente in maniera solidale, non lasciando soli quei paesi, come Italia, Grecia o Spagna, luogo di approdo dei migranti che attraversano il Mediterraneo. Ricordiamoci anche che ci sono paesi con un numero di rifugiati in proporzione agli abitanti ben più alto del nostro: il Libano ad esempio ha 164 profughi ogni 1000 abitanti, l’Italia 19, la Turchia 43. Basti pensare che dei 68,5 milioni di profughi l’85% vanno nei paesi vicini e poveri. Quasi 40 milioni sono sfollati interni. Una persona ogni 110 (44.500 al giorno) è costretto a fuggire dal luogo dove vive. I richiedenti asilo al 31 dicembre sono passati da 300  mila nel 2016 a 3,1 milioni nel 2017 (dati del Rapporto annuale Global trends 2017 dell’Agenzia ONU per i rifugiati; in “Internazionale”, 19.06.2018).
   Il mondo è complesso nelle sue problematiche e sofferenze. Oggi è il tempo di lasciarsi orientare anche dalla saggezza biblica per recuperare quell’umanesimo in cui la Bibbia ha avuto senza dubbio il suo influsso almeno nel continente europeo. Al di là della propria fede, la saggezza è parte della storia umana e va assunta come elemento di comprensione del presente e indicatore del futuro. L’impegno per la cura del creato è possibile solo in uno sguardo largo e in decisioni che renderanno il pianeta Terra vivibile non solo per noi, ma anche per le generazioni che verranno. Una nuova alleanza con la terra è dunque necessaria e urgente perché essa sia “coltivata e custodita” e non sfruttata e depredata per un benessere che forse dobbiamo ridimensionare per garantirci un futuro pacifico in cui si continui a rendere possibile il vivere insieme. Teniamo conto, a tale proposito, che il 6 agosto abbiamo già consumato nel mondo le risorse che avremmo dovuto consumare in un anno. E ogni anno la data regredisce. Senza scelte di sobrietà e di saggezza non ci predisponiamo a un futuro tranquillo! 

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Segue video e gallery per gentile concessione di Maurizio Patrizi


Qui è possibile anche il download
https://massmedia.diocesifrosinone.it/video-vescovo/video-vescovo/giornata-mondiale-del-creato-2018-relazione-del-vescovo.html


Fotogallery In Diocesi 13ma Giornata Nazionale per la Custodia del Creato sabato 1 settembre 2018



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