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L'intervento del Vescovo Ambrogio in occasione del Convegno Nazionale «Nel nome di Colui che ci riconcilia tutti in un solo corpo (cfr. Ef 2,16)», ad Assisi dal 20 al 22 novembre 2017, promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana - Ufficio Nazionale per l'ecumenismo e il dialogo interreligioso, in collaborazione con l'Arcidiocesi Ortodossa di Italia e Malta del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, la Chiesa Apostolica Armena, la Diocesi di Roma del Patriarcato Copto Ortodosso, la Chiesa d'Inghilterra, la Diocesi Ortodossa Romena d'Italia, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia.
Il programma completo è disponibile a questo link.


Camminare insieme. I tanti passi dell’ecumenismo in Italia

Con questo convegno a più voci vogliamo concludere il cammino che in questo anno abbiamo percorso in diversi modi per riflettere sui 500 anni dalla Riforma di Lutero. L’impostazione data dal documento comune di preparazione tra luterani e cattolici “Dal conflitto alla comunione” ci ha guidato in una comprensione nuova di quanto avvenuto allora nel suo impatto sull’oggi delle nostre Chiese, un contesto tanto diverso da quello di 500 anni fa. Esso recita proprio all’inizio: “Ogni commemorazione ha il proprio contesto. Oggi, il contesto contiene tre sfide principali, che ci presentano delle opportunità ma anche delle responsabilità. 1) È la prima commemorazione ad aver luogo in un’epoca ecumenica. La commemorazione comune, quindi, è un’occasione per approfondire la comunione tra cattolici e luterani. 2) È la prima commemorazione che avviene nell’epoca della globalizzazione. Di conseguenza la commemorazione comune deve includere le esperienze e le prospettive dei cristiani del Sud e del Nord del mondo, dell’Oriente e dell’Occidente. 3) È la prima commemorazione a dover fare i conti con la necessità di una nuova evangelizzazione in un tempo segnato sia dalla proliferazione di nuovi movimenti religiosi sia, nel contempo, dalla crescita della secolarizzazione in molte parti del mondo. Di conseguenza la commemorazione comune ci presenta l’opportunità e l’onere di dare una testimonianza comune di fede”.

   Personalmente sono stato arricchito dai numerosi incontri e momenti comuni che ci hanno visto riflettere confrontandoci non solo su quanto avvenuto nel secolo della Riforma ma anche sull’oggi delle nostre relazioni. Ringrazio tutte le differenti Chiese collegate alla Riforma protestante per essersi coinvolte in maniera positiva in questa celebrazione, che ci ha senza dubbio avvicinato senza ovviamente eliminare le differenze, ma facendone motivo di arricchimento reciproco. Ringrazio in particolare Luca Maria Negro, e attraverso di lui intendo includere tutti coloro che in questi due anni hanno lavorato con noi per il buon esito dei due convegni che hanno accompagnato il nostro lavoro comune. Vorrei anche ringraziare i rappresentanti delle Chiese Ortodosse e le Antiche Chiese Orientali che hanno accolto l’invito a partecipare a quest’ultimo momento per condividere il nostro cammino ecumenico dal loro punto di vita. 

   Ci ha guidato un atteggiamento senza il quale non sarebbe stato possibile lavorare insieme: l’umiltà. Nessuno ha voluto rivendicare o imporre le sue verità o attribuire colpe, anzi ci siamo chiesti reciprocamente perdono. Pur riconoscendo la ferita e il peccato della divisione, abbiamo cercato di lavorare su ciò che ci univa. Il nostro sforzo comune ci ha avvicinato e resi partecipi delle reciproche ricchezze, senza negare le differenze che ancora ci separano. Non abbiamo cercato di eliminarle pensando di costruire un fragile quanto inutile unionismo, ma, nella consapevolezza del cammino che ancora ci sta davanti, con rispetto e generosità ci siamo impegnati in un lavoro comune che senza dubbio ci ha arricchito.

Reciprocità del dono

   Vorrei all’inizio della mia relazione evidenziare una dimensione a volte dimenticata, che parte proprio dalle differenze che ancora caratterizzano la nostra discepolanza. Siamo certo chiamati ad avvicinare l’unità mediante la preghiera e la nostra relazione, come ci ha comandato il Signore. Tuttavia non possiamo non dare un senso alla nostra diversità evitando di appiattirla in un qualunque unionismo che non rispetti il cammino di fede e la tradizione di ognuno. Non solo non sarebbe rispettoso dell’altro, ma non porterebbe a una vera unità in Cristo.

   Ho riletto recentemente la ben nota Dichiarazione comune sulla Giustificazione del 1999 tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Luterana. Essa toccava un punto non certo secondario della nostra fede e anche uno dei motivi teologici della divisione. Ho costatato la fatica delle argomentazioni, la delicatezza nel delineare le differenze teologiche, insieme a una vera passione per arrivare a ciò che ci unisce nel profondo della nostra professione di fede, cercando di comporre anche nel linguaggio quell’insegnamento comune che fa parte della nostra tradizione indivisa. Era l’inizio di un percorso, che certamente dovrebbe portare a una riflessione teologica ulteriore ad esempio sull’ecclesiologia e sui ministeri. Anche se inizialmente la recezione della dichiarazione non è stata sempre così entusiasta come lo fu la firma della Dichiarazione, essa è stata sottoscritta in seguito anche dal Consiglio metodista mondiale (2006), dalla Comunione mondiale delle chiese riformate (luglio 2017) e da poco dalla Comunione Anglicana il 31 ottobre di quest’anno. E’ senza dubbio un bel passo avanti, nonostante ciò che è avvenuto a livello di capi di Chiese non sempre ha ancora toccato i fedeli.

   Questo processo resta un esempio che ci sprona ad avere più coraggio nell’affrontare seriamente quelle tematiche che sono ancora così divisive e nello stesso tempo nell’accogliere nel patrimonio della propria Chiesa quei risultati che già ci sono e che fanno di noi tutti discepoli di Gesù già uniti nella fede in Lui mediante il battesimo. A volte ciò che avviene ai vertici delle Chiese nelle relazioni ecumeniche non è recepito dalla base, così molti rimangono ancorati a vecchi stereotipi e pregiudizi che non aiutano e non affrettano il cammino verso l’unità. Il nostro convegno di Trento dello scorso anno credo abbia dato un contributo sia nel senso della ricerca di punti comuni, senza nascondere quelli divisivi, sia nel metodo di lavoro oltre che nello sforzo di allargare il più possibile la partecipazione dei membri delle nostre Chiese.

   Abbiamo bisogno di riscoprire la reciprocità nel dono, nel senso di un impegno nel mutuo arricchimento e nella condivisione delle nostre tradizioni, teologie, prassi di vita. Nel nostro convenire, che questa volta coinvolge anche le Chiese dell’Ortodossia, si manifesta proprio l’intento di proiettarci in una riflessione futura che porti a condividere sempre più la nostra preghiera e le nostre reciproche tradizioni e teologie. Il dono rende liberi, non permette di chiedere all’altro di essere come se stessi, perenne tentazione di ognuno, ma nello stesso tempo mette in ciascuno una tensione nella ricerca della verità che non lascia mai uguali a se stessi. Il dono è gratuità, merce rara in un mondo d’individualismi e di paure, che fanno innalzare muri che impediscono l’incontro e il dialogo. Mi chiedo: in un’Europa ancora in parte innervata in una cultura cristiana, che cosa significa essere testimoni di gratuità, di mutua accoglienza e di reciprocità nel dono?  

Il valore dell’incontro e della fraternità

   A partire dal memorabile incontro tra Paolo VI e il patriarca ecumenico Athenagoras a Gerusalemme il 25 luglio 1967 gli incontri e le visite che hanno coinvolto capi e rappresentati di Chiese cristiane si sono moltiplicati, rendendo possibile il superamento di quell’impossibilità che era diventata quasi una regola. Penso all’incontro tra Francesco e Kirill all’aeroporto de L’Avana, luogo certamente inusuale. E’ chiaro come il luogo singolare potrebbe indurre a sminuire la portata di quanto avvenuto rispetto alla solennità di altri incontri o visite, come quella ad esempio del patriarca della Chiesa Copta d’Egitto Tawadros II a papa Francesco (10 maggio 2013) e viceversa (28 aprile 2017) dopo secoli di distanza e la Dichiarazione congiunta firmata al Cairo. Nella stessa dimensione di straordinarietà va collocato il “Concilio Panortodosso” svoltosi a Creta lo scorso anno così fortemente desiderato dal patriarca ecumenico Bartolomeo. Come non ricordare ancora la visita di Francesco al Tempio valdese di Torino e le parole da lui pronunciate con una solenne richiesta di perdono: “È per iniziativa di Dio, il quale non si rassegna mai di fronte al peccato dell’uomo, che si aprono nuove strade per vivere la nostra fraternità, e a questo non possiamo sottrarci. Da parte della Chiesa Cattolica vi chiedo perdono. Vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi. In nome del Signore Gesù Cristo, perdonateci!”. Proprio la peculiarità di alcuni gesti e parole ci fanno capire la fatica e l’equilibrio che anche la visita comporta. Si tratta a volte di superare steccati costruiti dalla storia e quindi pregiudizi radicati nella propria Chiesa di appartenenza. Sono infatti ancora molti gli steccati che ci separano, ma la visita introduce degli elementi che riducono la distanza e avvicinano.

   L’incontro non aiuta solo il dialogo su alcune questioni, a volte sostenute da dichiarazioni comuni, ma si offre come segno che suscita attenzione e cambia attitudine in chi lo accoglie. Penso ad esempio al valore della visita di Giovanni Paolo II alla Sinagoga di Roma per i cattolici, oltre ovviamente per l’ebraismo romano e mondiale. Quel gesto assieme a quell’appellativo di “fratelli maggiori” con cui il papa si è rivolto alla comunità ebraica e agli ebrei sembrava cancellare secoli di ostilità e di persecuzione, al di là dell’interpretazione data da alcuni sul senso che il “fratello maggiore” assume a volte nella Bibbia, senza dubbio ben al di fuori di quanto Giovanni Paolo voleva intendere. Parole e segni costruiscono insieme la storia e la cambiano.  Essi si pongono come una profezia, come un orientamento del presente verso il futuro. Nessun segno rimane chiuso nel suo significato temporale sul presente, anzi esso dischiude il valore del passato e, mentre fa luce sul presente, apre al futuro. Nella profezia biblica parola e visione sono accomunati. Basta rileggere l’inizio del libro di Amos (“Parole di Amos che vide“) o di Isaia (“Visione di Isaia figlio di Amoz che vide su Giuda e Gerusalemme”…). Per Amos è molto chiaro come la parola diventa visione della realtà, comprensione di essa. La Parola di Dio che ci nutre nell’incontro e nella preghiera comune diventa per noi e per tutti la possibilità di vedere con maggiore chiarezza, ricomprendendo il passato nel presente per indirizzarci verso il futuro in maniera nuova. Si potrebbe quindi affermare che l’incontro assume un valore teologico nel dialogo ecumenico e permette di ricomprendere il nostro vissuto e la storia in maniera del tutto nuova. Esso, fatto di segni e parole, ha un valore profetico.

   Non possiamo non riconoscere che gli incontri e le parole che anche a livello delle nostre comunità ci siamo scambiati in questi anni, per noi cattolici soprattutto dopo il Concilio, hanno contribuito in maniera decisiva al cambiamento che oggi esperimentiamo e gustiamo. E qui si potrebbero percorrere anche nel nostro paese le numerose possibilità d’incontro, di preghiera comune, di dialogo, che abbiamo fatto. Mai nessuno è stato inutile. Tutti hanno posto dei piccoli tasselli per contribuire al cammino verso la piena unità tra noi. Abbiamo riscoperto anche quell’ecumenismo di popolo, espresso soprattutto dal prezioso lavoro delle commissioni diocesane che questo cammino compiono fianco a fianco con le sorelle e i fratelli evangelici e ortodossi. E qui l’impegno dell’ufficio della CEI, animato dalla passione di don Cristiano Bettega, che ringrazio di cuore. In un certo senso possiamo dire che, pur nelle difficoltà e a volte nell’incomprensione, oggi riconosciamo che tutto ha assunto un valore profetico che ci ha portato fin qui.  E nella profezia c’è sempre la mano di Dio e non solo la nostra!

La centralità della Bibbia

   Oggi ci troviamo davanti ad uno degli apporti più significativi che la Riforma ha dato a tutto il cristianesimo indicando di nuovo la sorgente della nostra vita di fede nella Parola di Dio, a partire dalle Sacre Scritture. La sola Scriptura, che se vogliamo fu storicamente uno degli elementi di rottura, è diventata nel tempo un richiamo e un invito a riappropriarsi di quel patrimonio sorgivo su cui si fonda la fede in Gesù Cristo. Credo si debba riconoscere come la centralità della Bibbia faccia parte di quel contributo che la Riforma con la maiuscola ha dato e può dare alla necessaria e perenne riforma della Chiesa. L’ha ribadito papa Francesco nella cattedrale di Lund: “Con gratitudine riconosciamo che la Riforma ha contribuito a dare maggiore centralità alla Sacra Scrittura nella vita della Chiesa. Attraverso l’ascolto comune della Parola di Dio nelle Scritture, il dialogo tra la Chiesa Cattolica e la Federazione Luterana Mondiale, di cui celebriamo il 50° anniversario, ha compiuto passi importanti. Chiediamo al Signore che la sua Parola ci mantenga uniti, perché essa è fonte di nutrimento e di vita; senza la sua ispirazione non possiamo fare nulla”.

   Negli anni la Riforma ha contribuito a diffondere la conoscenza della Bibbia. Le traduzioni ecumeniche degli ultimi decenni hanno favorito questo processo, al di là del risultato delle stesse. Penso alla “Traduzione interconfessionale della Bibbia” o alla Taduction Oecumenique de la Bible oppure alla Einheitsubersetzung. La Società Biblica ha contribuito in maniera sostanziale a questo processo di conoscenza della Bibbia. “Il 2015 - si legge nel rapporto della Società Biblica -  è stato un anno record per la diffusione biblica. Le Bibbie complete diffuse nel mondo sono state più di 34 milioni. Aggiungendo i Nuovi Testamenti, i Vangeli, le porzioni e le selezioni, le società bibliche hanno diffuso un totale di 418,7 milioni di testi, vale a dire 13 esemplari distribuiti ogni secondo. La Bibbia completa è stata finora tradotta in 563 lingue, che interessano all’incirca 5,1 miliardi di parlanti. 2.935 lingue hanno almeno un libro della Bibbia tradotto, ma circa 3.965 lingue non hanno ancora alcun testo biblico tradotto. Attualmente, le società bibliche (SB) lavorano a 400 progetti di traduzione. Tre di essi sono in corso in Europa e sono stati presentati all’Assemblea generale della Società biblica della Svizzera, il 31 maggio. Tema dell’Assemblea era proprio “La traduzione della Bibbia è la principale preoccupazione di una società biblica”. Non possiamo non rallegrarci di questa possibilità offerta a un numero così numeroso di persone. E non possiamo non prendere questa diffusione come un impegno.

   Davanti a questa enorme opportunità mi chiedo quale vantaggio ne ricavano le nostre comunità. Si ha l’impressione – parlo ovviamente da cattolico – che ancora poco la Bibbia sia diventata il libro che nutre la vita spirituale e orienta la prassi delle nostre comunità. Siamo esperti in piani pastorali, facciamo programmi di evangelizzazione, ma quanto crediamo che la Parola di Dio cambi la vita e la storia? Essa, come dice il libro di Isaia, è come la pioggia e la neve che fecondano la terra, “così sarà della mia parola, uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata”. Eppure ancora poco questa parola entra nella preghiera personale e comune, nella meditazione. Come dice Gregorio Magno: “La Parola di Dio cresce con chi la legge”. E Sempre Gregorio scrivendo al medico dell’imperatore di Bisanzio parla della Sacra Scrittura come “della lettera di Dio agli uomini”. E Girolamo nel prologo del commento a Isaia afferma che “l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo”. Senza dubbio siamo davanti a una domanda cui si deve rispondere coinvolgendo le nostre comunità, perché l’eredità della Riforma diventi principio di riforma della nostra vita personale e comune. Forse, se ognuno tornasse seriamente a questa sorgente, i passi verso la pena unità diventerebbero più veloci, perché ciascuno scoprirebbe che la strada verso la verità piena è lunga per tutti e nessuno la possiede pienamente. Molto importante è stato l’invito di Francesco nella Misericordia et misera a celebrare “la Domenica della Parola” ogni anno. Mi chiedo: quante diocesi, parrocchie, comunità l’hanno accolto?

Nella carità verso l’unità

   Il grande discorso di Gesù prima della Passione secondo il Vangelo di Giovanni si conclude con la preghiera per l’unità dei suoi discepoli. Esso tuttavia è preceduto da un invito pressante e ripetuto all’amore reciproco, quasi sigillato da quel gesto non consueto, perché fatto non all’inizio del pasto, del Maestro che lava i piedi ai discepoli umiliandosi davanti a loro. L’amore è possibile e prende inizio con l’umiltà del servizio. Ciò apre la via verso il Padre, che dona il Paraclito, la comunione con il Signore (la vite e i tralci), la pace e l’amore vicendevole. La carità appare così come la grande premessa che può tracciare la via verso l’unità. Non si tratta solo di gesti da compiere, ma di un’intimità con il Signore che rende possibile l’amore tra di noi. Solo a partire da questo fondamento la carità traccia un itinerario sicuro verso l’unità.

   Tenendo conto di questa premessa, l’icona evangelica che meglio di tutte manifesta il percorso della carità è quella del Buon Samaritano, che Paolo VI prese come modello per descrivere la spiritualità del Vaticano II: “La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? uno scontro, una lotta, un anatema? poteva essere; ma non è avvenuto. L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo”.

   Le donne e gli uomini delle nostre Chiese si sono incontrati insieme molte volte sulla strada degli uomini mezzi morti in tante parti del mondo. Quante volte! Nei luoghi di dolore, come i gulag o i campi di sterminio. Là dove si sperimentava la miseria o la violenza della guerra o delle persecuzioni. Anche oggi spesso ci incontriamo là dove l’uomo soffre e dove c’è quindi bisogno del Buon Samaritano. E’ quello che chiamiamo l’ecumenismo della carità, che non è uno slogan, quanto una realtà che sempre più ci unisce a partire dai poveri. E’ il loro grido che chiedendoci una risposta ci permette di ritrovarci insieme e non divisi. In questo senso i poveri ci evangelizzano, perché in qualche modo ci costringono a gesti di unità non a partire dalla nostra bontà né dalla nostra verità o dalla nostra diversa teologia, quanto dal loro bisogno. 

   Un esempio per tutti, che abbiamo spesso menzionato in quest’ultimo anno: l’esperienza dei Corridoi umanitari, voluta e portata avanti dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla Tavola Valdese e dall’Unione delle Chiese evangeliche italiane, e oggi anche dalla Conferenza Episcopale Italiana. Abbiamo insieme curato le ferite di donne e uomini colpiti da una guerra assurda, come tutte le guerre, accogliendoli, ospitandoli, amandoli, offrendo loro la possibilità di ricominciare a vivere in pace. Questa scelta di carità è diventata un modello, replicato in Francia sempre insieme, in parte in Belgio e speriamo presto altrove. Abbiamo mostrato che davanti alle sofferenze possiamo curare le ferite di tutti e dare speranza a tutti, non solo ai cristiani, perché la nostra universalità ci permette di accogliere tutti.

   L’impegno comune verso i poveri manifesta una dimensione essenziale e ugualmente fondante, come le Sante Scritture, del nostro essere cristiani, quell’amore preferenziale che non può non unire, perché allarga il nostro orizzonte e il nostro confine fino a includere coloro che dovrebbero far parte per diritto del nostro popolo. Qui non si tratta solo di fare iniziative di solidarietà e carità insieme, anche se l’impegno comune è la via maestra per andare verso l’unità nella carità. Il povero impedisce di chiudersi nel proprio confine non solo geografico, ma anche religioso. Mi hanno sempre sorpreso quei testi del Deuteronomio che chiedono a Israele di non escludere i poveri (straniero, orfano, vedova, schiavo e schiava) dalle grandi feste di pellegrinaggio. Siamo nel capitolo 16 del libro, dove si tratta delle tre grandi feste di pellegrinaggio: Pasqua, Settimane (Pentecoste) e Capanne. Sono feste legate alla storia di Israele: la Pasqua all’uscita dall’Egitto, le Settimane al dono della legge sul Sinai, le Capanne al cammino di Israele nel deserto e all’arrivo nella terra promessa.  Leggiamo le prescrizioni date dalla legge per la festa delle Settimane: “Gioirai davanti al Signore, tuo Dio, tu, tuo figlio e tua figlia, il tuo schiavo e la tua schiava, il levita che abiterà le tue città, lo straniero, l’orfano e la vedova che saranno in mezzo a te, nel luogo che il Signore tuo Dio, avrà scelto per stabilirvi il suo nome” (v. 11). La prescrizione si ripete quasi alla lettera per la festa delle Capanne. E’ molto evidente la preoccupazione del legislatore, che trasmette questa norma come un comando divino: non si possono escludere i poveri dalla festa in onore del Dio di Israele. Sono accomunati alla festa lo schiavo e la schiava, lo straniero, l’orfano e la vedova. La prescrizione viene introdotta dall’invito alla gioia, ripetuto in ambedue i casi. Persino lo straniero, che poteva appartenere a un altro popolo, deve poter prendere parte alla gioia della festa. La gioia di quel popolo viene dall’inclusione. Esiste solo un’eccezione a questa inclusione e riguarda la festa di Pasqua, dove non si parla lo stesso linguaggio delle altre due feste. La Pasqua infatti è la memoria della scelta di Israele come popolo di Dio, è la memoria di un atto unico che il Signore ha compiuto verso questo popolo, l’atto fondativo. Ma per il resto, mai escludere nessuno!

   Chissà, forse i poveri ci aiuteranno ad affrettare la via verso l’unità più dei documenti, perché il loro grido è ascoltato da Dio prima del nostro, quindi ci unisce nella preoccupazione e nella solidarietà verso di loro, e perciò ci unisce all’amore preferenziale che Dio nutre per loro.

   Si è parlato spesso di “ecumenismo del sangue”. L’ecumenismo della carità infatti è stato anche nel tempo la testimonianza di donne e uomini di diverse confessioni cristiane la cui carità è stata vissuta in modo eroico fino al martirio. “Il sangue dei martiri è seme di unità della Chiesa e strumento di edificazione del regno di Dio, che è regno di pace e di giustizia”, ha ripetuto papa Francesco al Patriarca della Chiesa Siro Ortodossa di Antiochia. E questo mantiene sempre il suo valore, anche oggi.

La Riforma come invito e impegno

   Abbiamo parlato più volte durante quest’anno della Riforma avvenuta con Lutero e della riforma della Chiesa, perenne chiamata che riguarda sempre tutti i discepoli di Gesù. Di là dalle appartenenze e delle diversità che ancora ci caratterizzano, oggi scopriamo di nuovo che quanto ci unisce è più di quello che ci divide. Pertanto ciò che abbiamo vissuto nelle nostre comunità non può non diventare un invito e un impegno a continuare non solo nell’incontrarci, ma anche nel riformarci. 

   Siamo davanti a una domanda da cui è nata la Riforma stessa. La riforma rimane la richiesta fondamentale per ognuno singolarmente e per le diverse confessioni cristiane. Questa dimensione è stata molto sottolineata sia nell’impostazione delle celebrazioni dei 500 anni sia nei convegni che si sono svolti in Italia e altrove, come quello organizzato a Trento dall’ufficio CEI con la Commissione Episcopale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. Papa Francesco con il suo magistero si è posto senza dubbio nello spirito di una necessaria e urgente riforma della Chiesa in senso evangelico e missionario. La “Chiesa in uscita” di cui ci ha parlato nella Evangelii gaudium si pone non in una prospettiva istituzionale, ma si lascia interrogare quotidianamente dal Vangelo e dai segni dei tempi. Per questo non è mai uguale a se stessa e ha bisogno di una continua “conversione missionaria”.  

   Le domande che nascono dal lavoro che abbiamo compiuto e dai numerosi incontri che hanno visto protagoniste le nostre diverse Chiese aprono a un futuro in cui, recependo la riflessione scaturita dai convegni, dalle preghiere comuni, dai gesti che ci hanno visto partecipi, ognuno deve impegnarsi almeno a non retrocedere facendosi imbrigliare dalle ferite e dai pregiudizi del passato. Certo, ancora non siamo pienamente uniti, ma potremmo dire che abbiamo allestito una “tavola della fratellanza”, come disse Martin Luther King sognando un comune destino tra neri e bianchi, che non è ancora quella eucaristica, ma è sempre una tavola comune attorno a cui possiamo condividere molto del cibo che viene servito. Starà a ognuno di noi e alle nostre Chiese offrire il meglio della sua tradizione, della sua autocomprensione e della sua prassi, perché insieme possiamo testimoniare al mondo lacerato in cui siamo che quella “tavola della fratellanza” può ospitare tutti. In un mondo dove il “noi” è messo continuamente in discussione, in cui si costruiscono muri e barriere contro “loro”, come direbbe Bauman, cioè contro chi è considerato diverso e pericoloso, i cristiani possono testimoniare la bellezza e la gioia del “noi” nella nostra unità e comunione, nel rispetto e nell’impegno comune per un mondo più giusto e per una terra in cui non sentirci più padroni bensì “coltivatori e custodi” (cf Gn 2,15). Questa tavola sarà in grado di ascoltare il grido dei poveri insieme al grido della nostra povera madre terra, calpestata e inquinata dall’egoismo umano.

   Questo convegno appare quindi come un ulteriore passo comune che suggella un impegno e chiama a continuare nello spirito che ci ha visto lavorare insieme in questo anno straordinario, che ha mobilitato le nostre comunità. Non possiamo non sottolineare di nuovo come esso sia il frutto di una collaborazione fattiva e fraterna e anche di una rinnovata fiducia reciproca, che hanno rafforzato senza dubbio il nostro legame. Mi auguro che questo spirito sia da noi trasmesso alle nostre rispettive comunità di fede perché tutti ne possano essere partecipi. Rendiamo infine grazie al Signore che ci ha permesso di comprendere la Riforma di Lutero in maniera nuova perché possiamo arricchirci nella via verso l’unità.


Assisi, 21 novembre 2017

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