005 casamariUn impegno sinodale

Cari amici,

giungiamo a questa assemblea diocesana alla conclusione di un percorso che ha visto impegnate le nostre comunità per quasi due anni, in cui, partendo dalla Evangelii gaudium, abbiamo voluto confrontarci sulla vita delle nostre diverse realtà per discernere la strada fatta e quella da percorrere, perché la gioia del Vangelo si diffonda e possa raggiungere il cuore di tutti.

Vorrei innanzitutto ringraziarvi per l’impegno profuso in questo tempo. Ringrazio tutti, a partire dai moderatori e dai facilitatori, che ci hanno aiutato ad entrare in uno stile di confronto pacato e costruttivo. Ringrazio i sacerdoti che si sono coinvolti con umiltà in questo spirito di dialogo. Qualcuno potrebbe dire che potevamo fare di più o meglio. Credo che sempre si possano fare meglio le cose, ma la strada percorsa ci sarà utile per trarre indicazioni per il futuro. Le conclusioni che sono state proposte e discusse in vari ambiti forniranno la traccia del confronto che faremo in questa nostra assemblea, perché da quanto verrà detto possiamo avanzare insieme delle indicazioni e delle decisioni per il futuro della nostra vita diocesana.

Il Concilio Vaticano II nella Lumen gentium parla per prima cosa del “popolo di Dio”, del quale tutti siamo parte, laici e chierici nella nostra diversità di doni, ministeri e carismi. Questa dimensione non sempre viene praticata come stile di vita delle nostre comunità. Non si tratta tanto della semplice partecipazione alla vita della Chiesa ciascuno secondo la propria condizione e il proprio servizio per cui ci sono sacerdoti, diaconi permanenti, ministri straordinari della comunione, consacrati e consacrate, catechisti, lettori, ministranti, e via di seguito. Ciò oggi è scontato e praticato. Si tratta invece di un modo di pensarsi nella Chiesa, in cui ciascuno viene a volte incasellato e ristretto nel suo ruolo, ma dove rimane difficile condividere gli orientamenti, le scelte e le decisioni. Penso ad esempio alla fatica che ancora si fa per costituire e far funzionare in modo condiviso i consigli pastorali ai diversi livelli o i consigli per gli affari economici, oppure le diverse aggregazioni e gruppi all’interno della vita parrocchiale. Non siamo di fronte solo a qualcosa di pratico, che dovrebbe funzionare meglio, ma alla conseguenza di un modo di pensare la Chiesa in maniera gerarchica e istituzionale. Certo, ci vuole sempre una figura di sintesi, che esprima l’unità della comunità e dia quindi un orientamento, ma essa ha bisogno di una condivisione, perché lo Spirito Santo agisce nella Chiesa e nel cuore di ognuno. Penso perciò che il percorso fatto durante gli incontri sulla Evangelii gaudium ci ha aiutato a maturare una visione della Chiesa più vera, almeno più vicina a quella che il Vaticano II ci ha tracciato.

Leggiamo al capitolo secondo della Lumen gentium: “In ogni tempo e in ogni nazione è accetto a Dio chiunque lo teme e opera la giustizia (cfr. At 10,35). Tuttavia Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità. … Cristo istituì questo nuovo patto, cioè la nuova alleanza nel suo sangue (cfr. 1 Cor 11,25), chiamando la folla dai Giudei e dalle nazioni, perché si fondesse in unità non secondo la carne, ma nello Spirito, e costituisse il nuovo popolo di Dio. Infatti, i credenti in Cristo, essendo stati rigenerati non di seme corruttibile, ma di uno incorruttibile, che è la parola del Dio vivo (cfr. 1 Pt 1,23), non dalla carne ma dall'acqua e dallo Spirito Santo (cfr. Gv 3,5-6), costituiscono «una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo tratto in salvo... Quello che un tempo non era neppure popolo, ora invece è popolo di Dio » (1 Pt 2,9-10). Questo popolo messianico ha per capo Cristo «dato a morte per i nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione » (Rm 4,25), e che ora, dopo essersi acquistato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, regna glorioso in cielo. Ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (cfr. Gv 13,34). E finalmente, ha per fine il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento, quando comparirà Cristo, vita nostra (cfr. Col 3,4) e «anche le stesse creature saranno liberate dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio » (Rm 8,21). Perciò il popolo messianico, pur non comprendendo effettivamente l'universalità degli uomini e apparendo talora come un piccolo gregge, costituisce tuttavia per tutta l'umanità il germe più forte di unità, di speranza e di salvezza. Costituito da Cristo per una comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui assunto ad essere strumento della redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale della terra (cfr. Mt 5,13-16), è inviato a tutto il mondo” (LG 9). Vorrei che riscoprissimo in maniera più profonda il dono ricevuto, non per nostro merito, di essere parte di questo popolo, e quindi di essere chiamati a gustarne la bellezza e a edificarlo con passione e generosità. Qui oggi siamo espressione gioiosa di questo popolo, unito intorno all’unico Signore della nostra vita, colui che ha dato la vita perché fossimo “sacramento, segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità del genere umano” (LG 1).

 001 Vescovo

Il nostro popolo

La lettura offerta dal Concilio è un invito ad allargare lo sguardo verso tutti coloro che fanno parte del nostro popolo, al di là della frequenza settimanale alla Santa Messa e alla partecipazione alla vita delle nostre comunità. Ho già avuto modo di parlare di questo tema sia in uno degli incontri per operatori pastorali sia ai sacerdoti, quindi mi soffermerò solo brevemente su di esso. Infatti, se uno sforzo è mancato negli incontri sulla Evangelii gaudium è stato l’impegno per coinvolgere coloro che sono più lontani dalla pratica religiosa pur avendo ricevuto il battesimo e in genere i sacramenti dell’iniziazione cristiana.  Il nostro sguardo rimane purtroppo a volte ristretto alla cerchia di quelli che frequentano le parrocchie e facciamo fatica a guardare oltre. Anzi, capita spesso di guardare la restante parte, che rimane la maggioranza, con pregiudizi e giudizi negativi, che non aiutano certo l’inclusione.

Vorrei ricordare chi appartiene al popolo di Gesù secondo i Vangeli.  Ci sono anzitutto i Dodici, potremmo dire il gruppo ristretto dei più intimi, quelli che Gesù chiama a essere segno e guida del nuovo popolo di Dio, come racconta il Vangelo di Marco: “Chiamò a sé quelli che voleva… Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli – perché stesero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demoni” (3,13-14). Il Vangelo di Luca parla poi di settantadue discepoli che Gesù manda in missione (Lc 10,1-12). Oltre a loro, ci sono altri che lo seguivano in maniera assidua, tra cui un buon numero di donne, che lo sostenevano anche nelle esigenze materiali: “In seguito egli se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni; Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode; Susanna a molte altre, che li servivano con i loro beni” (Lc 8,1-3). 

Poi esistono quelli che lo seguono per ascoltare la sua parola, come la folla numerosa che lo accompagna lungo le strade. Molti sono i malati che lo incontrano e che sono guariti. Alcuni lo seguono, altri invece no. Infine incontriamo vari personaggi che appaiono una o più volte, ma in momenti decisivi, quindi si suppone che conoscessero Gesù. Tra loro il più noto è Nicodemo, di cui si fa menzione tre volte nel Vangelo di Giovanni ((3,1-21; 7,50-53; 19,39), che passa dalla paura ad incontrare Gesù alla difesa del Maestro fino a prendersi cura del suo corpo senza vita per la sepoltura. Oppure Zaccheo, che gioisce della presenza di Gesù a casa sua e cambia il suo modo di vivere proprio grazie a quell’incontro. Sono uomini che cercano, anche in maniera confusa o nascosta (vedi Nicodemo), e che passano dalla semplice ammirazione al cambiamento della loro vita.  Mai assumere un atteggiamento scontato di giudizio davanti a chi sembra lontano dalla vita delle nostre comunità! In ognuno esiste sempre uno spazio aperto, di ricerca, magari a noi nascosta, una domanda di senso a cui noi possiamo rispondere solo incontrando, ascoltando e con pazienza cercando con loro risposte, che non possono mai essere prefissate o esclusive. Quante occasioni abbiamo perso lasciando cadere rapporti, incontri anche casuali, oppure ci siamo spazientiti perché non abbiamo avuto subito una risposta a un invito fatto o a una proposta avanzata. Penso per esempio a quanti sono stati coinvolti nel volontariato, a volte casualmente o saltuariamente. Quanti di loro abbiamo avuto la pazienza di ascoltare? Con quanti di loro abbiamo parlato personalmente? Con quanti di loro abbiamo percorso la faticosa strada dell’amicizia per coinvolgerli nella vita delle nostre comunità? Quanti abbiamo perso per strada o abbiamo tenuto stretti solo a noi senza indicare loro una risposta alle loro domande profonde, magari avvicinandoli alle nostre realtà? Ricordiamoci sempre che non siamo noi il centro a cui gli altri devono guardare, ma noi siamo solo la via che deve condurre a scoprire la bellezza e la gioia del Vangelo di Gesù. Guai porsi al centro. Perderemmo noi e gli altri!   

Uno sguardo largo alle fatiche della nostra terra

Quanto vado dicendo chiede a ciascuno di noi di allargare lo sguardo sulla gente che ci circonda e sulla terra in cui viviamo. Nella riflessione comune fatta nei mesi scorsi sono emersi diversi aspetti che manifestano punti nevralgici del nostro essere cristiani in questa terra. Mi riferisco soprattutto a quelli che sono stati chiamati nella sintesi finale “punti di debolezza e di difficoltà”. Non voglio fermarmi su di essi, ma ritengo siano un buon punto di partenza per un’analisi serena e oggettiva della vita delle nostre comunità e del contributo che come cristiani possiamo dare al territorio in cui ci troviamo a vivere. Infatti, noi non viviamo per noi stessi né per mantenere le nostre strutture, fossero le migliori del mondo. La nostra esistenza e le nostre comunità devono essere testimoni del Regno di Dio e annunciare il Vangelo del Regno nel mondo, non solo dentro la Chiesa.

Occorre perciò uno sguardo nuovo e largo per una comprensione profonda della storia particolare dentro cui siamo chiamati a costruire quotidianamente una risposta evangelica. E non bastano piani pastorali precisi. Si tratta di vivere una vera passione per il Vangelo perché possa raggiungere tutti. Vorrei perciò indicare alcune situazioni che richiedono una riflessione comune, all’interno delle quali  siamo chiamati a trovare risposte evangeliche:

1.    La crisi economica. Ognuno di noi conosce quanto la crisi abbia colpito il nostro territorio e numerose famiglie. Lo vediamo nel bisogno continuo dei tanti che si rivolgono ai centri di ascolto, alla Caritas o alla mensa per richieste di cose essenziali al vivere quotidiano di una famiglia. Nonostante sembri che in generale in Italia la situazione stia migliorando, non si vede ancora un orizzonte positivo che possa rispondere al problema fondamentale che riguarda il lavoro. La disoccupazione è una questione che tocca ancora una percentuale elevata di persone nel nostro territorio e soprattutto rimane una grande ipoteca per il futuro dei giovani. Con Diaconia abbiamo cercato di dare qualche risposta a questo problema, anche se ovviamente molto parziale.

2.    La questione giovanile. Nella nostra Diocesi esiste senza dubbio un’attenzione ai giovani, dovuta soprattutto ad alcune associazioni e movimenti che li sanno coinvolgere, a cominciare dall’Azione Cattolica e dagli Scout. Tuttavia, onestamente, bisogna riconoscere che la partecipazione abituale dei giovani alle nostre comunità parrocchiali è generalmente piuttosto scarsa. La dispersione scolastica per gli studi universitari, la mancanza di lavoro, l’incertezza del futuro, sono senza dubbio alcune reali impedimenti al coinvolgimento e alla stabilità. Inoltre la difficoltà di relazione e l’abitudine alla comunicazione in rete fanno il resto, inducendo a una comprensione superficiale del reale, compromessa da pregiudizi e paure, che non avvicinano agli altri, tanto meno alla Chiesa, vista come un’istituzione lontana dai problemi concreti e poco attenta al linguaggio e al modo di pensare delle giovani generazioni. D’altra parte, assistiamo anche all’esperienza positiva di tanti che, se non giudicati o trattati con indifferenza, rispondono coinvolgendosi sia nel volontariato che nelle esperienze più diverse di aggregazione, dall’oratorio alla visita agli anziani o alla presa in carico della responsabilità verso i più piccoli. 

3.    La presenza dei profughi. Senza dubbio la presenza di profughi e richiedenti asilo suscita i più disparati atteggiamenti e reazioni. Gli attentati terroristici che si ripetono, l’immigrazione più massiccia del passato, la difficoltà dell’accoglienza soprattutto da parte di alcune realtà, sono fattori che inducono al sospetto, alla paura e al rifiuto. Lo abbiamo visto molte volte anche in questa terra, nonostante in genere si debba riconoscere che molte nostre realtà si sono coinvolte positivamente nell’accoglienza, anche se potremmo fare di più soprattutto a livello parrocchiale. Siamo un bell’esempio di come si può gestire l’accoglienza con dignità, saggezza e umanità. Si dovrebbe comunque sempre ricordare che le migrazioni fanno parte della storia dei popoli e certo non finiranno, soprattutto se continueranno le guerre, le violenze e le ingiustizie, assieme alla povertà di gran parte del continente Africa, da cui provengono la maggior parte dei migranti verso l’Europa. Rimane aperta la domanda di come gestire l’accoglienza e lavorare per l’integrazione.

4.    Il problema ambientale. Non ci sarebbe bisogno di parlarne se non fosse necessario ricordare che siamo di fronte a una questione seria che non possiamo ignorare. Papa Francesco nella Laudato si’ dice che esiste un “grido dei poveri” e anche “un grido della nostra povera madre terra” che si deve ascoltare. Il cambiamento climatico che quest’anno abbiamo percepito chiaramente, assieme alla piaga criminale degli incendi, non ci permettono di stare in silenzio né di continuare a pensare che tanto passerà! Non possiamo occuparci del problema della giustizia sociale senza preoccuparci nello stesso tempo di quanto riguarda l’ambiente in cui viviamo. Questo non ci è richiesto solo dalle statistiche, in cui Frosinone è quasi sempre in cima alla graduatoria delle città italiane per lo sforamento delle polveri sottili o  per la ben nota situazione della Valle del Sacco, ma anche dalla necessità di favorire una cultura che si impegni per la cura del creato nella sua interezza per il futuro del pianeta terra e quindi anche della vita di ognuno di noi e delle prossime generazioni. 

5.    Crescente individualismo. L’insieme di queste istanze favorisce una mentalità sempre più individualista, segnata dalla paura e dalla preoccupazione per se stessi e il proprio particolare nelle sue diverse dimensioni, dalla propria cerchia parentale al proprio paese, città o territorio. L’attenzione eccessiva agli interessi individuali fa crescere una cultura chiusa, refrattaria all’incontro, diffidente verso l’altro, piena di pregiudizi, che porta ad atteggiamenti e parole piene di ostilità e inimicizia. I poveri sono sempre le prime vittime di questa cultura, che li relega nel limbo dell’indifferenza quando non dell’esclusione, del disprezzo e della condanna. La prepotenza è un tratto tipico di questa cultura, che conduce al facile litigio, alla rabbia, a uno spirito vendicativo fino allo scontro, che sfocia persino nella violenza verbale o fisica. Questo vale anche per quanto viene postato sulla “rete”, troppo frequentemente luogo di insulti e di parole insensate che non favoriscono certo la convivenza pacifica né tanto meno il dialogo sereno, oltre a danneggiare la dignità della persona umana. Siamo agli antipodi della vita cristiana, che invece dovrebbe favorire l’incontro e la reciproca comprensione, evitando di considerare la naturale differenza che ci caratterizza come motivo di distanza e di inimicizia. Il “noi” che dovrebbe caratterizzare la vita dei cristiani non mi sembra essere nelle preoccupazioni e nella pratica di molti che tali si considerano.  

La ricerca di una via evangelica

Premetto subito che non voglio dare delle risposte, anche perché esse vanno cercate insieme come Chiesa diocesana. Vorrei solo indicare lo spirito con cui sento siamo chiamati a vivere dentro questo tempo difficile di grandi paure ed egoismi, ma anche segnato da una ricerca di senso e da tanto spirito di solidarietà.

Propongo un’immagine evangelica che prendo dal capitolo quarto del Vangelo di Marco: le parabole del seme e della lampada. Innanzitutto osserviamo Gesù circondato da una folla numerosa tanto da costringerlo ad allontanarsi dalla riva per parlare a tutti. Non è indifferente il luogo da cui parla, una barca. Si tratta di un luogo casuale e deciso lì per lì. Fa pensare alla limitatezza dei luoghi dove solitamente noi parliamo del Vangelo agli altri, luoghi ben stabiliti e precisi. Gesù parla in parabole, cioè offre il suo insegnamento in un linguaggio comprensibile, tratto da immagini della vita di ogni giorno. Non è secondario il linguaggio che si usa quando ci si rivolge agli altri per comunicare il Vangelo. Non si può solo ripetere ciò che dice un libro, fosse anche il miglior catechismo, né usare un linguaggio astratto, moralista o dottrinale.

Gesù inizia le parabole con un invito preciso e per nulla superfluo: “Ascoltate”. L’ascolto non è scontato, come spesso si ritiene. Si può essere in chiesa, al catechismo, partecipare a un momento comune di riflessione o preghiera, senza ascoltare. “La fede nasce dall’ascolto”, dice l’apostolo Paolo (Rm 10,17). Per comprendere e vivere il Vangelo è indispensabile innanzitutto ascoltare, perché la Parola di Dio seminata nel cuore possa portare frutto. Per questo il primo grande comandamento dell’amore di Dio si apre con l’invito all’ascolto: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio; unico è il Signore. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,4-5). Senza ascolto non c’è amore. Anche per questo ho voluto si celebrasse la “Domenica della Parola”, accogliendo l’invito rivolto a tutta la Chiesa da papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Misericordia et misera.

Poi Gesù ci offre la prima parabola, quella del seminatore. Un occhio attento ed esperto non può non notare come di per sé il seminatore non sia un buon contadino, ma piuttosto un contadino sprecone. Invece di scegliere prima il terreno buono su cui gettare il seme, egli lo getta ovunque, quasi casualmente. La conseguenza non poteva perciò che essere quella descritta dalla parabola. In diversi terreni il seme non cresce a causa dei luoghi dove è caduto: la strada, il terreno sassoso, i rovi. Solo una parte cadde in un terreno buono, per cui diede frutto. Così è il nostro Padre celeste: generoso oltre modo, un po’ sprecone. Getta il seme ovunque. Non sceglie prima il terreno. Ha una grande fiducia che alla fine troverà il terreno buono. Noi siamo in genere più avari e calcolatori. Scegliamo bene i terreni. Facciamo le nostre scelte oculate, piani meditati. Gettiamo il seme della Parola di Dio dove abbiamo deciso di gettarlo, anche quando il terreno è ristretto o è sempre lo stesso. A volte, quando vediamo un uditorio poco preparato o refrattario, subito ci infastidiamo. Penso ad esempio ad alcune celebrazioni dove vengono persone che non frequentano abitualmente la Chiesa. Non si dovrebbe essere più generosi e meno calcolatori? Ma a volte il calcolo si sposa alla pigrizia e a una certa ristrettezza mentale.

Infine c’è anche il terreno buono. Tuttavia anche qui non tutto è buono allo stesso modo. Dice il Vangelo che le parti cadute sul terreno buono “diedero frutto: spuntarono,  crebbero e resero il trenta, il sessanta, il cento per uno”. Il seme non produce lo stesso risultato. Così avviene nella vita delle persone. La parabola invita ad assumere un atteggiamento generoso e paziente, che sa gettare il seme del Vangelo con larghezza, ma sa anche accettare che i risultati siano diversi e non si spazientisce quando le attese sembrano deluse rispetto a quanto si era previsto. E’ la pazienza di Dio con ciascuno di noi, quando sa attendere che noi rispondiamo alla sua Parola e non smette di parlarci, anche se può capitare che non sempre ascoltiamo e quindi portiamo frutto.  Il Signore sa, infatti, che il seme porterà frutto, crescerà perché egli stesso si occupa del seme gettato nel campo del mondo. E’ quanto descrive la breve parabola del seme che cresce spontaneamente, quasi senza che il contadino lo coltivi (vv. 26-29). Non siamo solo noi coloro che coltivano il seme. Lasciamo che Dio faccia la sua parte, senza pretendere subito risultati e perdere la pazienza o, peggio ancora, cadere nella delusione e nella rassegnazione. Noi dobbiamo sempre gettare il seme!

Le parabole terminano con la parabola del granellino di senape, davvero il più piccolo di tutti i semi. Sì, a volte, soprattutto nel mondo di oggi di fronte alle grandi sfide che ci sono davanti, il seme della Parola di Dio sembra davvero piccolo, insignificante, quasi invisibile a un occhio poco attento, com’è un granello di senape. Eppure “quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte  le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra” (vv. 30-32). Una parabola di grande speranza: il piccolo seme del Vangelo del Regno di Dio, se seminato, può diventare un albero grande tanto da dare rifugio a chi cerca riparo e vuole dare vita ad altri. E’ una parabola che dà fiducia a tutti noi e alle nostre comunità. Quel piccolo seme, che forse ci appare nella sua piccolezza e fragilità, se viene seminato, può crescere ed essere seme che dà ristoro e vita a quanti cercano riparo sotto di esso. Quel piccolo seme deve essere rimasto anche in coloro che noi vediamo solo raramente nelle nostre comunità! Non è forse questo il tesoro prezioso che è stato affidato alla fragilità e pochezza della nostra vita? Non nascondiamo questo tesoro e la sua efficacia. Esso è quella lampada che deve essere esposta perché faccia luce al mondo, non solo ai vicini, ma a tutti (v. 21).

Prendiamo queste parabole come indicazione dello spirito con il quale vivere il tempo che ci sta dinanzi, perché siamo luce di vita e orientamento per le donne e gli uomini che ci circondano. “Lampada per i miei passi è la tua Parola, luce sul mio cammino” recita il Salmo (119,105). Abbiamo tra le mani e nei cuori il seme del Vangelo del Regno di Dio, che è luce da mostrare a tutti, a cominciare dai piccoli e dai poveri. Siamo generosi nel donarlo, perché “a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha” (v. 25).

Il paradigma della missione

Le parabole sono un invito gioioso ad accogliere e a gettare il seme del Vangelo con generosità. Papa Francesco nella Evangelii gaudium ha un’espressione molto forte quando parla della necessità di riscoprire lo spirito missionario di ciascun battezzato: “La missione al cuore del popolo non è una parte della mia vita, o un ornamento che mi posso togliere, non è un’appendice, o un momento tra i tanti dell’esistenza. È qualcosa che non posso sradicare dal mio essere se non voglio distruggermi. Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo” (EvG, 273).  Una Chiesa, ovunque essa sia, non vive e non cresce se non condivide questo modo di essere nel mondo. Il modo di vivere di ciascuno e di ogni comunità vive, cresce e si rafforza solo quando la comunicazione del Vangelo è la prima preoccupazione. In questo senso si deve parlare semplicemente della necessità di porsi nella prospettiva della “evangelizzazione”, nel senso che “ogni autentica azione evangelizzatrice è sempre nuova” (EvG, 11).  Non si tratta solo di nomi, ma di sostanza.

Di questa dimensione non sono responsabili solo i ministri ordinati, bensì tutto il popolo di Dio, come già diceva il Concilio, che definisce “il popolo messianico … strumento di redenzione” (LG 9) e che affida “a ogni discepolo di Cristo il dovere di disseminare la fede” (LG 21.11…). Persino il Codice di Diritto Canonico stabilisce che l’evangelizzazione è “compito fondamentale del popolo di Dio” (781). Questa dimensione dà enorme valore alla nostra vita cristiana, perché ci affida una responsabilità che deve pervadere tutta la nostra esistenza ovunque siamo. Ciò non significa tanto che dobbiamo sempre parlare del Vangelo e di Gesù, ma che il nostro stile di vita, le nostre parole, i nostri incontri, le nostre giornate, devono essere riletti e ricompresi alla luce di questo compito fondamentale. Il mondo, non solo quello lontano da noi, aspetta ancora la luce e il seme del Vangelo. Così scriveva nel 1990 Giovanni Paolo II all’inizio della Redemptoris missio: “La missione di Cristo redentore, affidata alla Chiesa, è ancora ben lontana dal suo compimento. Al termine del secondo millennio dalla sua venuta uno sguardo d'insieme all'umanità dimostra che tale missione è ancora agli inizi e che dobbiamo impegnarci con tutte le forze al suo servizio. È lo Spirito che spinge ad annunziare le grandi opere di Dio: «Non è infatti per me un vanto predicare il Vangelo; è per me un dovere: guai a me se non predicassi il Vangelo!» (1 Cor 9,16)”. 

Siamo agli inizi o dobbiamo porci come un nuovo inizio? Giovanni Paolo II si riferiva anzitutto ai cosiddetti paesi di missione, ma questa affermazione ci aiuta a comprendere anche il nostro tempo e la nostra realtà, perché non siamo più in un regime di società cristiana, quindi la fede va rivisitata e il Vangelo sempre di nuovo annunciato.

L’assemblea che celebriamo sarà con certezza una possibilità per porre alcuni punti fermi per questo inizio in cui siamo chiamati a coinvolgerci insieme come popolo di Dio, animati e sorretti da quell’antico seme del Vangelo che ha animato e arricchito la nostra vita personale e comune. Ringraziamo il Signore perché non ci fa mai mancare questo seme, perché è lui il contadino che sempre continua a gettarlo nel nostro cuore e nel mondo perché porti frutto.

La Vergine Maria, Madre dell’Evangelizzazione, i santi patroni della Diocesi e delle nostre parrocchie e comunità ci accompagnino in questo cammino e ci aiutino a vivere come popolo santo di Dio, vivificato a unito dal suo immenso amore.

  

Casamari, sabato 7 ottobre 2017

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Assemblea Diocesana 2017 Fotogallery prima giornata

Assemblea Diocesana 2017 prima giornata contributi di Pietro Fortuna

Assemblea Diocesana 2017 prima giornata contributi di Pietro Alviti



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