beata fortunata vitiCare sorelle e cari fratelli,

   nel giorno del Signore ci ritroviamo insieme per rendere ancora grazie a Lui per il dono fatto a questa città e a questa terra di Maria Fortunata Viti, di cui la Chiesa ha riconosciuta la santità beatificandola cinquant’anni fa. La sua testimonianza di santità giunge fino a noi in questo tempo difficile, dove anche la vita monastica sembra a molti essere lontana dai veri bisogni delle donne e degli uomini, un po’ fuori moda. Cosa può dire a noi oggi la vita di questa monaca, dico a noi che viviamo nel mondo e non in un monastero?

   Maria Fortunata visse ben 71 anni nel monastero verolano di Santa Maria dei Franconi, ancora oggi sede delle monache Benedettine. Come sapete, proveniva da una famiglia benestante, ma fu toccata dalla sofferenza per la morte della madre quando la Beata aveva solo 14 anni, e poi per un padre dall’esistenza difficile. Insomma, era una donna normale, con le difficoltà e i problemi di tutti, che, sebbene benestante, dovette andare a servizio perché le risorse familiari andavano scemando. E’ forse in questo crogiuolo di sofferenza che la Beata si sentì chiamata a vivere per il Signore e con il Signore. Dalla sofferenza non nascono solo squilibri, delusioni, tristezze, chiusure. Nella sofferenza le donne e gli uomini possono anche incontrare la presenza benevola e misericordiosa di Dio, che si innesta a volte in cuori inquieti, impauriti, incerti. Ma è necessaria soprattutto l’umiltà di accorgersi di Dio che bussa alla porta del nostro cuore, e quindi l’urgenza di lasciarlo entrare perché sia lui a indicarci la via della felicità e della nostra realizzazione, e non le nostre ragioni o abitudini.

   Nell’omelia per la Beatificazione della Beata Paolo VI ebbe a sottolineare proprio l’umiltà come caratteristica precipua della santità di Maria Fortunata: “”Ci compiacciamo con i biografi della Beata che hanno saputo mettere in interessante rilievo la ricchezza ascetica e mistica della sua povera vita… Ma ciò non Ci dispensa dal condensare in una sola parola questa vita, questa santità, quasi classificare sotto tale parola quanto di lei si può dire: e la parola è umiltà”.  Sì, cari amici, la serenità, la bontà, la mitezza della Beata, anche nelle avversità della vita comune, furono la conseguenza dell’umiltà. E’ l’umiltà che permette a noi tutti di lasciare entrare Dio nella nostra vita, quindi di ascoltarlo quando ci parla, e di conseguenza di vivere tutto alla sua presenza vedendo anche negli altri la sua immagine. E’ dall’umiltà che possiamo fare spazio al Signore in noi e vivere della sua forza. Ne aveva coscienza la Beata in quelle parole che ripeteva spesso: “Potenza e carità di Dio”. Con questo atteggiamento interiore tutto cambia. Cambia il nostro sguardo, cambiano i nostri pensieri, i nostri sentimenti, i nostri giudizi, le nostre scelte. Tutto tende verso la mitezza e la bontà. Le ansie, i turbamenti, le inimicizie, le rabbie, sono spesso, infatti, conseguenza di un atteggiamento orgoglioso, superbo, sicuro di sé, prepotente, che porta inevitabilmente allo scontro e alla divisione. Per questo la vita, non solo nei monasteri, ma anche là dove siamo ogni giorno, persino nelle nostre realtà ecclesiali, si tinge di tristezza e diviene a volte persino insopportabile.

   Lo dice molto bene l’apostolo Paolo nella Lettera ai Filippesi: “Fratelli, non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù”. La preghiera, la meditazione della Parola di Dio, come abbiamo detto Domenica scorsa nella Domenica della Parola, ci fanno entrare in comunione con i sentimento di Gesù, per trovare pace superando angustie e paure, che spesso si annidano nei nostri cuori e rendono la vita difficile. Care sorelle e cari fratelli, non accettiamo mai di essere dominati da noi stessi, dalle abitudini e dalle nostre ragioni. Lasciamoci guidare dal Signore, mettiamoci con umiltà ai suoi piedi ascoltando la sua parola, perché ci guidi su un cammino di pace. La preghiera non è solo il cuore della vita della nostra Beata e di ogni monastero, ma dovrebbe essere anche il cuore della nostra vita, la via per incontrare il Signore e vivere alla sua presenza. Soprattutto impariamo a pregare con la Bibbia, l’alfabeto dell’amore di Dio per tutti noi. Il Signore ci ama. Ha circondato la nostra vita di un grande amore. Ha coltivato il nostro cuore come coltivò la vita del suo popolo Israele, la sua vigna preziosa. Ci sfama con la Parola e l’Eucaristia. Niente è nostro nella vita cristiana. Noi tutti abbiamo ricevuto in dono l’amore di Dio, i suoi doni, la sua presenza. Non abbiamo nulla da rivendicare, come a volte facciamo disprezzando gli altri o giudicandoli. Siamo operai solerti e buoni della vigna del Signore, la comunità in cui siamo, senza arroganza, senza sicurezza, senza chiacchiere e malevolenza. Solo così, umili servi come Maria Fortunata, saremo felici e comunicheremo agli altri serenità e pace. Lo chiediamo al Signore per noi, per questa città, per la nostra terra, per le donne e gli uomini che la abitano. Non siamo qui per ripetere un rito o solo rico0rdare un evento pur bello, ma per metterci tutti sulla via del Vangelo, quella che la nostra Beata ha percorso con umiltà. Affidiamo al Signore il monastero dove la Beata ha vissuto, perché nel rinnovamento continui a essere luogo di preghiera e di santità e perché altri imitino la vita di Maria Fortunata e il suo esempio.

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