Santo Grande Concilio PanorNon è ovviamente mio compito entrare nel merito di questo atto importante delle Chiese ortodosse, che si è compiuto a Creta e di cui ascolteremo due esimi relatori. La Chiesa cattolica ha seguito con interesse questo incontro e papa Francesco ha inviato due delegati, che sono stati presenti all’apertura… Il rilievo con cui la stampa internazionale e quella cattolica ha dato all’evento basterebbe a evidenziare l’attesa che esso ha suscitato. Scrive P. Hyacinthe Destivelle a conclusione del concilio: “Si conclude dunque la lunga preparazione preconciliare avviata dalle Chiese ortodosse dagli anni sessanta. La Chiesa ortodossa dà così inizio a una nuova pagina della sua storia. Nonostante le tante assenze, al di là dei documenti adottati e al di à del concilio stesso, ha compiuto un passo molto importante nell’esercizio di una sinodalità finora certo professata ma non tanto vissuta tra le Chiese ortodosse. Come il concilio stesso ha auspicato, è improbabile che questo precedente non abbia un seguito” (Osservatore Romano, 28 giugno 2016).

In realtà questo processo sinodale ha subito un’accelerazione da parte del patriarca Bartolomeo appena dopo la sua elezione. Infatti già dal 1991 egli cominciò a incontrarsi con i massimi rappresentanti delle altre Chiese ortodosse dando origine a incontri regolari. In tutto finora si sono svolte sei Sinassi, a cui hanno preso parte i patriarchi e i capi delle differenti Chiese ortodosse. Il concilio rientra perciò nelle preoccupazioni pastorali di Bartolomeo, che certamente hanno di nuovo riaffermato il valore e la necessità di una sinodalità fattiva tra le diverse Chiese ortodosse. Bartolomeo ha sottolineato il valore dell’unità espressa dal Sinodo nell’omelia del giorno di Pentecoste durante l’incontro di Creta: «A joyful day has now dawned, in which we celebrate the historic manifestation of the institution of the Church, which is constituted by the Holy Spirit, and we Orthodox brothers, who represent all the local Orthodox Autocephalous Churches, have gathered together in a liturgical assembly, so that we can may carry out the duty and responsibility of the one Orthodox Church to the people and to the world today, by convening our Holy and Great Council. Today is a day of unity, as we are all united in the faith and the sacrament through our liturgical gathering in one place and have come together “in the breaking of the Bread”. The Holy Eucharist truly reaffirms the unity and catholicity of our Orthodox Church».

La sinodalità non è tanto un atto, ma è un modo di intendere la vita cristiana e il rapporto tra cristiani che anche papa Francesco ha sottolineato più volte, anche se ovviamente all’interno della Chiesa cattolica. Al di là delle assenze di alcune Chiese ortodosse, anche la Chiesa russa ha riconosciuto il valore di quanto avvenuto a Creta, come affermato dallo ieromonaco Stefan Igumnov, segretario del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del patriarcato di Mosca, in una sua intervista ad Asianews del 3 ottobre scorso: «Il mondo ortodosso sta vivendo oggi un periodo molto interessante della sua storia. Stanno rivivendo meccanismo della realizzazione del principio di conciliarità in una nuova fase…. Purtroppo a Creta non si è avuto un Sinodo pan ortodosso. Tuttavia il processo preconciliare non si è fermato e continuerà, affinché le Chiese ortodosse possano risolvere le controversie esistenti tra loro e dare una risposta unica alle sfide che oggi deve affrontare l’umanità».

Processi di sinodalità sono sempre più indispensabili in un mondo dove rinascono nazionalismi ed etnicismi, che vorrebbero accentuare le divisioni anche tra cristiani invece di quel processo necessario verso l’unità e la comunione. In questo senso il Sinodo ha rappresentato anche la possibilità di incontro fraterno e di comunione al di là di strette prospettive nazionali e mediocri polemiche, che sono lontane dallo sforzo che i cristiani dovrebbero compiere per rispondere alle sfide e alle paure della globalizzazione. 

Non possiamo non sottolineare questa dimensione sinodale, cammino necessario verso l’unità e la comunione tra cristiani. Infatti è solo da una sinodalità che raccoglie le differenze che si potrà pensare a una qualche forma di unità tra i cristiani delle diverse confessioni a appartenenze. E’ quanto papa Francesco ha chiesto anche alla nostra Chiesa, quando per esempio ha esortato le Conferenze Episcopali regionali ad essere un luogo vero di condivisione e di collaborazione: “E’ questo il modo, per la Conferenza episcopale, di essere spazio vitale di comunione a servizio dell’unità, nella valorizzazione delle diocesi, anche delle più piccole. A partire dalle Conferenze regionali, dunque, non stancatevi di intessere tra voi rapporti all’insegna dell’apertura e della stima reciproca: la forza di una rete sta in relazioni di qualità, che abbattono le distanze e avvicinano i territori con il confronto, lo scambio di esperienze, la tensione alla collaborazione” (Discorso alla Assemblea CEI, 19 maggio 2015). Certo, sarà necessario continuare una riflessione teologica tra le Chiesa Cattolica e le Chiese ortodosse, per rileggere la storia in profondità e recuperare questa dimensione ecclesiologica di sinodalità che ha guidato la Chiesa nel primo millennio. In questo senso va il consenso raggiunto a Chieti lo scorso settembre nei lavori della Commissione mista internazionale di dialogo fra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa. Il documento conclusivo di Chieti riprende in buona sostanza il famoso documento di Ravenna del 2007, in cui si stabiliva come criterio fondante dell’ecclesiologia del primo millennio - quando la cristianità era indivisa – l’equilibrio tra sinodalità ed esercizio dell’autorità, e questo a vari livelli, dal locale al regionale  e all’universale. A Chieti si è sottolineata l’importanza di approfondire il rapporto tra sinodalità e primato per avanzare verso la piena comunione fra cattolici e ortodossi oggi. Le conclusioni del documento di Chieti dicono che l’eredità comune di principi teologici, disposizioni canoniche e pratiche liturgiche del primo millennio«costituisce un punto di riferimento necessario e una potente fonte d’ispirazione sia per i cattolici sia per gli ortodossi, mentre cercano di curare la ferita della loro divisione all’inizio del terzo millennio. Sulla base di questa eredità comune, entrambi devono riflettere su come il primato, la sinodalità e l’interrelazione che esiste tra loro possono essere concepiti ed esercitati oggi e nel futuro».Il documento è un passo significativo che dalla trattazione del primo millennio, fatta a Ravenna nel precedente documento comune tra cattolici e ortodossi, passa a chiedere una riflessione e uno sforzo comune sui temi della sinodalità e del primato nell’oggi e nel futuro delle Chiese cattolica e ortodossa, nella prospettiva dell’unità.

Questo processo verso l’unità ha valore per le nostre Chiese, ma può essere di grande significato per il mondo della globalizzazione. 

Chiesa segno reale di unità nel mondo globalizzato 

Siamo in un mondo che costruisce muri ed esalta i nazionalismi e i particolarismi. E’ una pericolosa tendenza generale, che si presenta come una difesa davanti alla paura della globalizzazione, che sembra spossessarci delle nostre particolarità e identità. Il mondo “liquido”, come lo ha definito Bauman, innesca paure e induce a difendersi. Mentre la globalizzazione dovrebbe unire, proprio perché rende possibile comunicare in tempo reale con il mondo, ormai prevale la difesa dei propri confini individuali e collettivi di fronte a chiunque sembra voglia mettere in pericolo il proprio benessere reale o fittizio. Nascono i populismi, di cui sono facile preda le donne e gli uomini disorientati del nostro tempo. In un mondo di muri e difese chi ne fa le spese sono naturalmente soprattutto i poveri e i deboli, coloro che non hanno risorse per opporsi all’esclusione e sono visti come un pericolo e una minaccia. Nel mondo liquido i tanti io fanno fatica a diventare un “noi”, mentre questo dovrebbe essere il normale risultato della globalizzazione, come ha detto Bauman in uno dei suoi ultimi interventi: “La storia dell’umanità può essere riassunta in molti modi, uno dei quali è la progressiva espansione del pronome “noi”. Un “noi” che si è contrapposto per secoli agli “altri”, a un “loro”. Ci troviamo oggi di fronte alla necessità ineludibile di una nuova tappa di questa espansione, di un salto che va verso l’abolizione del pronome “loro”. Viviamo in un’era cosmopolita, che cerchiamo di gestire con mezzi sviluppati da antenati che si muovevano su territori limitati, e questa è una trappola! Siamo tutti dipendenti gli uni dagli altri e non si può tornare indietro. C’è bisogno di promuovere una cultura del dialogo e di una vera e propria rivoluzione culturale” (Convegno “Sete di pace. Religioni e culture in dialogo”, Assisi 11 settembre 2016). 

Proprio per questo il messaggio di unità lasciato dal Sinodo Panortodosso acquista un valore del tutto particolare nel contesto del “noi” e del “loro”. Esso evidenzia uno dei messaggi centrali del cristianesimo e del suo esistere come comunità dei discepoli di Gesù Cristo, le cui ultime parole sono state una preghiera per l’unità dei suoi seguaci. Lo aveva ben chiaro il Vaticano II, quando ha aperto la Costituzione Dogmatica sulla Chiesa con quella frase che dovremmo sempre avere davanti agli occhi e al nostro operare: “La Chiesa è in Cristo come un sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen Gentium 1). Siamo un “sacramento”, quindi una realtà visibile. Mentre la globalizzazione permette spesso un’unità virtuale che difficilmente diventa reale, la comunità dei discepoli di Gesù vivono un’unità reale e visibile. Per questo il cammino verso l’unità di tutti i cristiani non può essere solo un pio desiderio, ma rimane una vocazione che richiede l’impegno urgente e necessario di tutti perché i cristiani mostrino il loro vero volto nell’esistere come un “noi” da testimoniare al di là delle particolare ricchezza e differenza di ogni comunità. Solo questa unità potrà mostrare quel volto universale della Chiesa, a cui non si appartiene per origine, cultura, appartenenza politica, geografica o etnica. Dice bene quell’antico testo della Lettera a Diogneto: “I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini.  Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo.  Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi” (n. 5).

Il Sinodo panortodosso richiama tutti i cristiani, anche noi, a non abbandonare le vie di dialogo intraprese per giungere a un’unità visibile più piena. Siamo consapevoli che esistono aspetti dottrinali che ci dividono, ma dobbiamo riconoscere quanto già ci unisce ha un valore molto maggiore di ciò che ancora ci divide. Tuttavia, al di là delle questioni dottrinali, la via dell’incontro rimane senza dubbio sempre possibile, come si è visto recentemente negli incontri di papa Francesco con il Patriarca Ecumenico Bartolomeo a Roma, Istanbul, Gerusalemme, Lesbo; con il Patriarca Kirill a Cuba; con Ilia II, Catholicos e Patriarca di tutta la Georgia; con Karekin II, Catholicos di tutti gli Armeni. Ognuno di essi ha mostrato come sia possibile parlarsi e condividere quanto ci unisce. Certo a volte la storia e le differenze hanno reso difficile persino pregare insieme, tuttavia l’incontro, il parlarsi faccia a faccia, guarisce ferite della storia e della divisione. La pazienza della preghiera e delle relazioni farà il resto.

Lo sottolinea, anche se in maniera prudente, il documento conclusivo del Sinodo panortodosso: “La Chiesa Ortodossa ha sempre attribuito grande importanza al dialogo, e in particolare a quello con i cristiani non ortodossi. Attraverso questo dialogo, il restante mondo cristiano conosce assai meglio la Ortodossia e l'autenticità della sua tradizione. Conosce inoltre che la Chiesa Ortodossa non ha mai accettato il minimalismo teologico o la messa in dubbio  della sua tradizione dogmatica ed etica evangelica. I dialoghi inter-cristiani hanno fornito una occasione all’Ortodossia per dimostrare il rispetto per l'insegnamento dei Padri e per dare una testimonianza  affidabile della autentica tradizione della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. I dialoghi multilaterali intrapresi dalla Chiesa Ortodossa non hanno mai significato, e non significano, né giammai significheranno un qualsivoglia compromesso su questioni di fede. Questi dialoghi sono una testimonianza riguardo all’Ortodossia, fondata sul messaggio evangelico "vieni e vedi" (Gv. 1,46), cioè, che "Dio è amore" (1 Gv. 4,8).

Si sottolinea come il dialogo aiuta la conoscenza da parte degli altri cristiani della dottrina e della tradizione ortodossa, che mostra la fedeltà all’autentica fede della chiesa indivisa. Così il richiamo ai Padri e alla “tradizione dogmatica ed etica evangelica”. Questo richiamo dovrebbe avvicinare la Chiesa Cattolica alle Chiese dell’Ortodossia nella consapevolezza della necessità di riaffermare la comune vita di fede espressa dai dogmi dei primi concili e dalla fedeltà al Vangelo.

Concludo con le parole di Petrà, che ben riassumono l’importanza di quanto è stato celebrato a Creta: «Il Sinodo di Creta […] ha alla fine indirizzato al mondo e a tutte le chiese ortodosse un messaggio e un’enciclica di grande spessore spirituale e teologico. Sicuramente lascia un’eredità preziosa che avrà effetto nel futuro giacché è stata una seria esperienza sinodale tra le chiese, alla quale hanno preso parte in qualche modo numerosi laici, comprese non poche donne. Molti, si sa, hanno osservato che si sarebbe potuto fare di più […]. Probabilmente è vero; rimane il fatto però che un Sinodo di tali proporzioni è stato fatto e condotto a termine, nonostante le multiformi difficoltà incontrate, e ciò costituisce un precedente importante che consentirà di camminare verso un prossimo Sinodo in modo più adeguato» (Basilio Petrà, Ortodossia, uno scenario in movimento, Rocca, 15 gennaio 2017, pp. 31-34).

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