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Conferenza Episcopale Italiana

Commissione Episcopale per il laicato 

"FARE DI CRISTO IL CUORE DEL MONDO"

Lettera ai fedeli laici

27 marzo 2005

Pasqua di Risurrezione

 

Sorelle e fratelli nel Signore,

si avvicina il prossimo Convegno Ecclesiale, che vedrà riunite le Chiese d'Italia a Verona nell'ottobre del 2006. Sarà un appuntamento in cui verificare se e in quale misura noi cristiani siamo oggi, di fatto, presenti e incisivi nel mondo contemporaneo quali testimoni di Gesù Risorto; se e come siamo in grado di accendere il fuoco della speranza dentro questo tempo, affinché si apra al suo autentico destino che è il regno di Dio. Ci sembra che, tutta insieme, la comunità cristiana debba rendersi sempre più consapevole del suo essere protagonista attiva della storia e dei processi in atto. In una stagione di grandi cambiamenti, avvertiamo soprattutto l'urgenza di una nuova evangelizzazione.

Il compito dell'annuncio e della testimonianza del Vangelo ci riguarda tutti: vescovi, presbiteri, diaconi, uomini e donne di vita consacrata, laici e laiche siamo una Chiesa di "collaboratori per il Vangelo" (cfr Fil 4,3). Ma quest'opera assume una specifica connotazione nella vita dei fedeli laici, cui vogliamo indirizzarci con questa nostra lettera. Come pastori sappiamo bene, infatti, di dover condividere con loro la missione della Chiesa nel mondo, consapevoli del bene che deriva dall'opera dei laici[1] e dello specifico apporto che nella loro condizione sono chiamati a offrire al dispiegarsi del regno di Dio nella storia.

È una missione che i laici devono vivere in quello spirito di comunione e di unità che contrassegna la testimonianza dei discepoli di Gesù, secondo l'insegnamento del Maestro (cfr Gv 13,35). Solo cooperando concordemente, vivendo «secondo la verità nella carità» (Ef 4,15), si renderà l'evangelizzazione e la testimonianza cristiana efficaci e credibili. Solo insieme potremo essere lievito che fermenta la pasta del mondo in regno di Dio. Solo coniugando i nostri rispettivi e complementari compiti, di pastori, di religiosi e di laici, la Chiesa sarà in grado di «fare di Cristo il cuore del mondo»[2]. Facciamo nostro l'invito di Sant'Ignazio di Antiochia a diventare «un coro», che canta «a una sola voce per Gesù Cristo al Padre»[3]. Questo richiede solidarietà vicendevole, impegno a creare concordia, stima reciproca, obbedienza per cementare l'unità. Non mancano tra noi segni incoraggianti in tal senso nel cammino delle nostre Chiese in questi tempi.

Questa nostra lettera si rivolge a tutti i christifideles laici, i fedeli laici cristiani, quale ideale loro convocazione al Convegno Ecclesiale di Verona. Nel cammino che condurrà a quell'evento e nella sua celebrazione vogliamo mettere a fuoco le responsabilità storiche delle nostre Chiese in questo tempo singolare, perché i fedeli laici non trascurino le loro responsabilità, ma riempiano quest'"oggi" con la loro testimonianza evangelica, prendendo coscienza della loro missione di essere fermento cristiano della società. Nelle pagine che seguono offriamo alcune riflessioni sulla condizione e sulla missione del laico cristiano nel nostro tempo, lasciandoci guidare dalla narrazione dell'incontro di Gesù risorto con i due discepoli sulla strada verso Emmaus (Lc 24,13-35)



Roma, 27 marzo 2005, Pasqua di Risurrezione


X Paolo Rabitti

Presidente

della Commissione Episcopale per il laicato



 

I. - "Gesù in persona si accostò e camminava con loro"



«Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo».

(Lc 24,15-16)


La scena di Emmaus si apre nel segno di un cammino: due viandanti si stanno allontanando da Gerusalemme, luogo dell'evento pasquale. L'incontro con il forestiero, che si accosta per camminare insieme a loro, trasforma ben presto la fuga precipitosa in un deciso cambiamento di direzione. Per riconoscere il Risorto nell'anonimo pellegrino, i due debbono purificare ogni desiderio frustrato, affinare il discernimento, riconsiderare radicalmente il disegno misterioso che la rivelazione di Dio svela.


1. Insieme, dentro il nostro tempo

Siamo oggi di fronte a eventi e fenomeni spettacolari e inquietanti, destinati a segnare fortemente il futuro. Non è facile poter dire se le coordinate culturali che hanno plasmato l'epoca moderna siano ancora del tutto attuali o se, al contrario, siamo all'alba non solo di un nuovo secolo, ma anche di una nuova società, di nuovi modi di pensare, di giudicare, di orientare, di organizzare l'esistenza. La tecnologia e la scienza, l'economia e la politica stanno ridisegnando i confini tradizionali del sapere e della convivenza, in un crogiolo di culture che postulano nuove sintesi. Nuovi popoli e nuovi poteri sembrano spostare il baricentro dell'ordine mondiale verso direzioni difficilmente decifrabili. Scienze e tecnologie aprono scenari impensabili e frontiere sconosciute al nostro rapporto con il corpo, con gli altri e con il mondo.

È proprio tale incertezza a rendere nuovo, in un certo senso, il tempo che viviamo e in gran parte inedite le sfide che esso presenta: sfide di carattere culturale, educativo, morale, spirituale, di fronte alle quali nessuno può restare indifferente, meno di tutti il laico cristiano, che vive il suo radicamento nel mondo come vocazione particolare.

Del resto, il popolo dei credenti, in cammino verso «nuovi cieli e una terra nuova» (1Pt 3,13), sperimenta fino in fondo, in se stesso, gli effetti in chiaroscuro di questa attuale transizione storica. È ben consapevole della radicalità di una crisi che non investe soltanto il mondo "esterno", ma raggiunge altresì i cristiani, fino a influire sulle loro mentalità e i loro comportamenti. Mentre appare sempre più raro riscontrare nella società, almeno in superficie, uno sfondo condiviso di pratiche virtuose, una comune sensibilità morale e spirituale - che sarebbe come il terreno buono dove il seme del Vangelo può attecchire e portare frutto (cfr Mc 4,3-8.14-20) -, la comunità cristiana, a volte, appare disorientata di fronte a questo mutato scenario storico: è messa a dura prova la sua capacità di compiere scelte pastorali organiche e lungimiranti, e perfino la stessa fede di molti. Nella percezione di una sempre più diffusa indifferenza all'annuncio cristiano, può insinuarsi nei credenti un senso di scoramento e di rinuncia o, al contrario, una forma di reazione frontale verso il mondo.

Ma come Gesù rincuorò i due discepoli di Emmaus e li abilitò ad affrontare gli altri discepoli scoraggiati, così avverrà oggi se ci lasceremo permeare dalla forza del Vangelo nell'affrontare la crisi attuale, cominciando a leggere alla luce della fede il disegno di Dio nella storia che viviamo, per diventare capaci di un rinnovato slancio missionario, in una comunità ecclesiale più consapevole e responsabile.

Con questa lettera desideriamo condividere con voi laici l'esigenza e il desiderio di "rimetterci per strada" e portare l'annuncio di Gesù Risorto alla gente che vive accanto a noi, camminando con loro, cogliendone le istanze più profonde e le domande sul senso della vita e della morte, sul bene e sul male, sulla salvezza e sulla rovina eterna. Insieme, pastori e laici, siamo chiamati ad essere vicini all'uomo di oggi. Solo uniti possiamo attivare un vero dialogo di salvezza fra la Chiesa e il mondo.


2. Laico, cioè corresponsabile

Molti passi sono stati compiuti, negli ultimi decenni, sulla strada della promozione dei fedeli laici nella vita e nella missione della Chiesa. Straordinarie figure di laici sono scaturite dal popolo di Dio del nostro Paese nel secolo che si è concluso, a risvegliare la coscienza missionaria e ad arricchire la vita della società. Il Magistero poi ha indicato grandi orizzonti di maturazione della coscienza ecclesiale, in cui si è meglio compresa la natura profonda della vocazione e della missione dei laici nella Chiesa e nel mondo. La riflessione teologica ha fatto progressi significativi in quest'ambito, anche se altro cammino rimane da fare per una visione ancora più ricca e articolata. Soprattutto, ha ricevuto luce quella che il Concilio Vaticano II, dopo aver ricordato che il Battesimo, incorporandoci a Cristo, fonda la missione di testimonianza cristiana di ogni credente, indica come «propria e specifica indole secolare del laico»[4]: la vocazione, cioè, dei laici a vivere le realtà del mondo ordinandole secondo Dio e la piena responsabilità ecclesiale del loro apostolato all'interno della comunità cristiana.

Non sempre l'auspicata corresponsabilità ha avuto adeguata realizzazione e non mancano segnali contraddittori. Si ha talora la sensazione che lo slancio conciliare si sia attenuato. Sembra di notare, in particolare, una diminuita passione per l'animazione cristiana del mondo del lavoro e delle professioni, della politica e della cultura, ecc. Vi è in alcuni casi anche un impoverimento di servizio pastorale all'interno della comunità ecclesiale. Serve un'analisi attenta ed equilibrata delle ragioni dei ritardi e delle distonie, per poterle colmare con il concorso di tutti.

A volte, può essere che il laico nella Chiesa si senta ancora poco valorizzato, poco ascoltato o compreso. Oppure, all'opposto, può sembrare che anche la ripetuta convocazione dei fedeli laici da parte dei pastori non trovi pronta e adeguata risposta, per disattenzione o per una certa sfiducia o un larvato disimpegno. Dobbiamo superare questa situazione. Una cosa è certa: il Signore ci chiama; chiama ognuno di noi per nome. La diversità dei carismi e dei ministeri nell'unico popolo di Dio riguarda le forme della risposta, non l'universalità della chiamata. Nel mistero della comunione ecclesiale dobbiamo ricercare la coralità di una risposta armonica e differenziata alla chiamata e alla missione che il Signore affida a ogni membro della Chiesa. Il momento attuale richiede cristiani missionari, non abitudinari.


3. La comunione, vero volto della Chiesa

Da quando Gesù ci ha rivelato il vero volto di Dio, quale comunione trinitaria (cfr Gv 14,26; 16,13-15), e ci ha inserito nella sua vita, riversandola nella Chiesa (cfr Gv 17,21), anche la Chiesa è una "comunione". La via maestra percorsa dal Concilio Vaticano II per illustrare la Chiesa al mondo contemporaneo e per imprimere ad essa la spiritualità e la dinamica interiore che le sono proprie, è stata la "comunione". Con ragione il Papa Paolo VI avvertiva: «Dobbiamo far di tutto, insieme con i fratelli nell'episcopato, con i sacerdoti, con i laici, affinché questa unità, che è frutto consolantissimo e segno di riconoscimento per il mondo, rimanga, si raffermi, ingigantisca»[5].

Fonte della comunione è la liturgia, particolarmente l'Eucaristia, che genera nell'uomo la vita trinitaria e sospinge i credenti a vivere in «perfetta unione»[6], a «diventare in Cristo un solo corpo e un solo spirito»[7]. Come i due discepoli di Emmaus alla mensa del Signore si sono ritrovati credenti in Cristo, coinvolti nella sua morte e risurrezione, protesi all'unità con gli apostoli, sospinti all'annuncio del Risorto e del tutto mutati nel loro intimo - da delusi a propulsori di speranza -, così è per ogni credente che vive l'Eucaristia.

L'Eucaristia è il sacramento che chiude e completa il cammino di iniziazione cristiana, avviato con il Battesimo e proseguito con la Cresima; un cammino che consacra la creatura umana, la inserisce nel popolo di Dio, la incorpora in Cristo come membro del suo corpo che è la Chiesa, «partecipandole la funzione sacerdotale, profetica e regale di Cristo stesso»[8]. Il cammino di iniziazione caratterizza il fedele cristiano che vive immerso nella grazia del Battesimo, per mezzo della quale viene affermato il primato dell'essere sul fare, e riceve nella Cresima la capacità di annunciare la Parola e di vivere la propria esistenza come vocazione. Assimilato a Cristo nell'Eucaristia il fedele laico si fa carico degli altri ai quali è mandato con animo apostolico per essere testimone di speranza, aperto alla condivisione e pronto a rendere ragione di «Cristo [...] speranza della gloria» (Col 1,27).

La forza dell'Eucaristia rende la comunione ecclesiale organica, operativa, divina e umana, gerarchica e fraterna, nello stesso tempo. Ci ha ricordato il Santo Padre Giovanni Paolo II: «Ai germi di disgregazione tra gli uomini, che l'esperienza quotidiana mostra tanto radicati nell'umanità a causa del peccato, si contrappone la forza generatrice di unità del Corpo di Cristo. L'Eucaristia, costruendo la Chiesa, proprio per questo, crea comunità fra gli uomini»[9]. Se comprenderemo la bellezza e la grandezza della forza rigeneratrice dell'Eucaristia e della comunione che da essa promana, cresceremo insieme nello spirito di servizio, nel senso del debito che spinge a ridonare ciò che si è avuto, nell'apprezzamento riguardoso del dono altrui.

Da qui nasce l'invito appassionato per noi, pastori e laici, a lasciarci impregnare da tale divina comunione che ci pone, nella Chiesa e con la Chiesa, in mezzo al mondo, come portatori di un peculiare dono di Dio. Anche per noi, oggi, sale l'antica implorazione di chi ha smarrito la fede: «Passa... e aiutaci!» (At 16,9).

È indispensabile uscire da quello strano ed errato atteggiamento interiore che faceva sentire il laico più "cliente" che compartecipe della vita e della missione della Chiesa. La riscoperta della comunione, come piena partecipazione alla natura della Chiesa, postula che anche tutti noi scopriamo la Chiesa come nostra patria spirituale e ci poniamo al suo servizio, condividendo gioie, prove, lotte; non restando indifferenti o insensibili a tutto ciò che la riguarda; nutrendo per la Chiesa stessa un sentimento di profonda devozione filiale: «Non può avere Dio per Padre colui che non ha la Chiesa per Madre»[10].

Il fedele laico, pertanto, «non può mai chiudersi in se stesso, isolandosi spiritualmente dalla comunità, ma deve vivere in un continuo scambio con gli altri, con un vivo senso di fraternità, nella gioia di un'uguale dignità e nell'impegno di far fruttificare insieme l'immenso tesoro ricevuto in eredità. Lo Spirito del Signore dona a lui, come agli altri, molteplici carismi; lo invita a differenti ministeri e incarichi; gli ricorda, come anche lo ricorda agli altri in rapporto con lui, che tutto ciò che lo distingue non è un di più di dignità, ma una speciale e complementare abilitazione al servizio [...]. Così, i carismi, i ministeri, gli incarichi e i servizi del fedele laico esistono nella comunione e per la comunione. Sono ricchezze complementari a favore di tutti, sotto la saggia guida dei pastori»[11].


4. Alla sorgente di ogni apostolato

Per alimentare ininterrottamente tale comunione, generatrice di missione, dalla quale emerge la peculiare vocazione di ciascuno, è necessaria una continua immersione nel pensiero, nella preghiera, nella vita di Cristo. Solo lui comunica la sua persona, il suo piano, il suo mistero, il suo progetto, "aprendo i nostri occhi", rendendoci capaci di riconoscerlo, di farlo abitare nei nostri cuori e di correre a rivelarlo ai fratelli.

È necessario che Gesù Cristo diventi, per chi si chiama cristiano, «la chiave, il centro, il fine»[12], «la fonte da cui promana tutta la grazia e tutta la vita»[13], «il punto focale dei desideri della storia, della civiltà e del genere umano, la gioia di ogni cuore, la pienezza di ogni aspirazione»[14]. Bisogna che Gesù Cristo diventi "tutto" per la nostra vita, pena veder crollare tutto. Gesù Cristo «è "la grande sorpresa di Dio"[15], colui che è all'origine della nostra fede e che nella sua vita ci ha lasciato un esempio, affinché camminassimo sulle sue tracce (cfr 1Pt 2,21). [...] Egli è colui che è uscito dal Padre ed è venuto nel mondo (cfr Gv 16,28) per rivelarci il volto del Padre e donarci lo Spirito Santo, perché potessimo partecipare alla vita divina»[16].

Sentiamo perciò di dover far nostre le esortazioni di san Paolo: bisogna che «sia formato Cristo in voi» (Gal 4,19), che «Cristo abiti per la fede nei vostri cuori» (Ef 3,17), che camminiate «nel Signore Gesù Cristo... ben radicati e fondati in lui» (Col 2,6). C'è bisogno che Dio ci faccia «partecipi della sua santità"» (Eb 12,10); che veniamo «rafforzati dal suo Spirito nell'uomo interiore» (Ef 3,16). È quanto è stato seminato nel cuore dell'esistenza dalla rigenerazione operata dal Battesimo. Nella radice battesimale si colloca il fondamento della novità di vita dei cristiani laici. Da qui scaturisce la chiamata alla santità che li riguarda, in quanto «abilitati e impegnati a manifestare la santità del loro essere nella santità di tutto il loro operare»[17], come espressione della loro configurazione a Cristo nella ferialità della vita quotidiana.

I due di Emmaus ebbero le Scritture spiegate, il Pane spezzato, il volto svelato e il cuore riscaldato da Gesù in persona. Noi, dopo l'Ascensione di Gesù al Padre, ritroviamo il volto dello stesso Signore attraverso le Scritture, l'Eucaristia, i Sacramenti e la Chiesa. Se davvero desideriamo che Gesù "resti con noi" e non "si faccia sera" nella nostra vita, è necessario che la Sacra Scrittura plasmi costantemente il nostro pensiero, l'Eucaristia divenga il viatico del nostro cammino, i Sacramenti, incentrati nell'Eucarestia, costituiscano l'ossatura della nostra esistenza. L'Eucaristia, in particolare, fonte e culmine di tutta l'evangelizzazione[18], impegna i «fedeli laici alla testimonianza evangelica, all'assunzione di nuove forme ministeriali, soprattutto a essere, nella società e nei diversi ambienti di vita, capaci di vigilanza profetica e costruttori di una città terrena in cui regnino sempre di più la giustizia, la pace, l'amore»[19]. È un impegno di missionarietà e di santità laicale.


II. - "Egli entrò per rimanere con loro"



«Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista».

(Lc 24,30-31)


L'interpretazione delle Scritture, che debbono essere riferite alla figura stessa di Gesù, consente ai due discepoli di riconoscere finalmente l'identità dello sconosciuto, che viene compiutamente percepita nell'atto della celebrazione eucaristica. E proprio in quell'atto, in cui la verità del sacramento è riconosciuta e creduta, diviene superfluo il vedere fisico. Agli occhi che si dischiudono, Gesù non resta più visibile nella sua forma storica: ora è divenuto accessibile nella mensa della Parola e del Pane, affidata alla Chiesa, sacramento della sua presenza e della sua azione salvifica nel tempo. .


5. Un regno di sacerdoti

Il Signore Gesù è presente nella sua Chiesa, che ne è come il sacramento, segno visibile e rivelatore. In quanto tale - ci ricorda il Concilio Vaticano II - «la Chiesa prega e insieme lavora perché la pienezza del mondo intero sia trasformata in popolo di Dio, in corpo del Signore e in tempio dello Spirito Santo»[20]. Ci ricorda pertanto la prima lettera di Pietro: «Stringendovi a lui [il Signore], pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impegnati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (1Pt 2,4-5)

Per realizzare tale grandioso progetto, Cristo ha fatto del nuovo popolo di Dio "un regno di sacerdoti": ha rivestito di "sacerdozio ministeriale" i pastori, ai quali ha affidato il compito di formare e dirigere tale popolo, e ha partecipato il "sacerdozio regale", o comune, a tutti i battezzati, affinché esercitino il culto spirituale e operino per la salvezza degli uomini[21]. «Sono elementi propri dell'originaria struttura inalienabile della Chiesa l'apostolo e la comunità dei fedeli, che si corrispondono tra loro in mutua connessione sotto il Cristo capo e l'influsso del suo Spirito»[22].

Si può dire pertanto che il sacerdozio ordinato dei pastori è finalizzato a far emergere e rendere operante il sacerdozio regale di tutti i fedeli; e il sacerdozio regale dei fedeli sussiste ed è autentico in quanto è congiunto al sacerdozio gerarchico, la cui pienezza risiede nel Vescovo «dispensatore della grazia del supremo sacerdozio»[23]. «Mancando la presenza e l'azione di quel ministero che si riceve mediante l'imposizione delle mani e con la preghiera, la Chiesa non può avere la piena certezza della propria fedeltà e della propria continuità visibile»[24].

La distinzione di grado e di funzione, quindi, non significa che nella Chiesa vi sia una zona riservata all'opera dei pastori e una riservata all'opera dei laici. L'azione pastorale è affidata alla Chiesa particolare; «ad essa, nella comunione dei suoi membri sotto la guida del Vescovo, è dato il mandato di annunciare il Vangelo»[25], con compiti e responsabilità distinte e complementari per pastori e laici. Così pure l'azione pastorale nell'ambito secolare è altrettanto condivisa fra tutti i membri della Chiesa, anche se questa è ambito peculiare dei laici.

Alla luce di tali principi, individuiamo alcuni necessari contributi dei fedeli laici alla vita intraecclesiale del popolo di Dio, e, in particolare, nelle nostre Diocesi.


6. Impegno e disponibilità per le vocazioni al sacerdozio ordinato

Non possiamo nascondere la nostra sofferenza per un preoccupante fenomeno del nostro tempo: la diffusa indisponibilità dei giovani a desiderare, a riconoscere, ad accogliere la vocazione al sacerdozio ordinato. Tutti percepiscono la grave carenza di sacerdoti nelle nostre comunità e ne reclamano la presenza. Ma, nel medesimo tempo, le stesse comunità, le famiglie e i giovani si comportano come se il problema riguardasse altri: non si prega più per tali vocazioni; non si orientano adolescenti e giovani verso tale scelta di vita; c'è un diffuso clima di sfiducia e disistima circa la vocazione al sacerdozio.

Le vocazioni sacerdotali «costituiscono, in tutta la Chiesa e in ogni sua parte, una eloquente verifica della sua vitalità e fecondità spirituale»[26]. Riteniamo, pertanto, che un vero segno della effettiva ecclesialità del laicato delle nostre diocesi sia il suo impegno in questo essenziale problema della Chiesa. Soprattutto la famiglia, che è l'ambito primo e più immediato di ogni apostolato laicale, deve essere il luogo dove ci si educa e ci si apre alle molteplici vocazioni dello Spirito. Ma anche in ambito comunitario più vasto è necessario che si ponga in atto una seria pedagogia vocazionale e una più intensa preghiera al «padrone della messe affinché mandi operai nella sua messe» (Mt 9,37).


7. Il valore del matrimonio

            Accanto alle vocazioni di speciale consacrazione, la nostra attenzione si rivolge alla vocazione al matrimonio e alla famiglia. Infatti, «la verginità e il celibato per il Regno di Dio non solo non contraddicono alla dignità del matrimonio, ma la presuppongono e la confermano. Il matrimonio e la verginità consacrata sono i due modi di esprimere e di vivere l'unico mistero dell'alleanza di Dio con il suo popolo»[27].

Il matrimonio è intimamente collegato al Battesimo, in quanto «dal Battesimo, come da seme fecondo, nasce e prende vigore l'impegno di vivere fedeli nell'amore»[28].

            Questo contesto sacramentale evidenzia in tutta la loro espressività i due aspetti di grazia e di vocazione, con le implicanze esistenziali che ne derivano. In realtà il dono battesimale configura a Cristo e chiama alla comunione con la Santa Trinità; il matrimonio, immagine e simbolo dell'alleanza che unisce Dio con il suo popolo in Cristo e nella Chiesa (cfr Ef 5), è una chiamata «ad essere conformi all'immagine di Gesù Cristo e a realizzare questa conformità secondo il dono e il carisma tipici della coppia»[29].

Molto si è fatto in questi anni per riscoprire la sublime teologia del Matrimonio e per valorizzare la spiritualità di questo stato di vita. Ma crediamo che sarà dalla viva e convincente testimonianza di vita dei laici coniugati e dei genitori che il Vangelo della vita, dell'amore, della fecondità farà presa nel mondo che cambia. Su questo terreno, grandi e provvidenziali sono i compiti dei laici nella situazione odierna e prossima.


8. Rifare il tessuto delle comunità ecclesiali

Un'ulteriore urgenza richiede l'impegno fattivo dei laici, mediante i doni che lo Spirito a loro elargisce. Con il loro apporto, infatti, in tutti i campi dell'azione pastorale, è necessario «rifare il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali»[30].

Quando invitiamo i laici a farsi nuovi protagonisti nella comunicazione della fede mediante l'assunzione di nuove ministerialità, dalla spiccata «fisionomia missionaria»[31], non pensiamo alla redistribuzione di qualche compito oggi svolto dal presbitero (anche se è necessario che questi si concentri di più sul proprio essenziale), ma alla ricerca di nuove opportunità e modalità tipiche della loro condizione laicale per il servizio della comunità cristiana[32]. La disponibilità dei laici è preziosa e insostituibile nell'individuare, assumere e promuovere forme di servizio stabili e realmente profetiche, dove anche il "genio femminile" possa trovare modalità di servizio più significative ed appropriate.

Constatiamo quotidianamente il prezioso lavoro apostolico e pastorale di tanti laici e laiche che vivono ed esercitano il loro servizio, cordialmente congiunti ai loro pastori, rendendosi capaci di pensare e promuovere ciò che necessita alla comunità e di farsene carico concretamente. Questo spirito intendiamo incoraggiare e rafforzare.


9. Diocesi e parrocchia: famiglia di tutti

A tal proposito, non sarà sfuggita l'attenzione dell'Episcopato italiano rivolta recentemente al tema della parrocchia, quale forma storica privilegiata della localizzazione della Chiesa particolare. Essendo la parrocchia «come una cellula» della diocesi[33], raccomandiamo ad ogni laico di avere contestualmente il senso della parrocchia e il senso della diocesi, non sottraendosi mai a tale appartenenza, ma anzi ponendola a base di eventuali inserimenti in peculiari aggregazioni.

Anche quando specifiche ragioni portino il laico, temporaneamente, lontano dalla propria Chiesa locale, non verrà mai meno la sua propensione a considerare la propria diocesi e la propria parrocchia come la famiglia ecclesiale attraverso cui egli entra nel circuito della Chiesa universale. E tale appartenenza reclamerà sempre il suo personale contributo, quale fratello corresponsabile con gli altri membri di famiglia.


10. Associazioni, movimenti e gruppi

A questo punto l'orizzonte si allarga e il nostro sguardo di pastori abbraccia il vasto universo in cui si è articolato il laicato della Chiesa in Italia, specialmente nel periodo postconciliare.

Seguiamo con premuroso affetto tali articolazioni del laicato, abituati ormai ad identificarle con i termini di associazioni, movimenti e gruppi, ben sapendo che «la varietà nella Chiesa non solo non nuoce alla sua unità, ma, anzi, la manifesta»[34]. A tali articolazioni rinnoviamo il nostro apprezzamento e incoraggiamento, in sintonia con le direttive impartite dal ricco magistero del Santo Padre Giovanni Paolo II, da noi vescovi profondamente condiviso.

Guardando al variegato panorama offerto dall'opera e dalla testimonianza dei fedeli cristiani laici della Chiesa in Italia e rapportandoci alla ricordata dottrina del Concilio Vaticano II che descrive la diocesi e, in essa, la parrocchia come «famiglia ecclesiale» di tutti i battezzati[35], la nostra attenzione ritorna a quel carisma associativo che caratterizza il servizio laicale dell'Azione Cattolica, a cui il Concilio stesso rivolge la sua premura e che «raccomanda vivamente»[36]; ritenendolo necessario «per l'impiantazione della Chiesa e lo sviluppo della comunità cristiana», così da dover essere promosso e coltivato da tutti[37]. «Il legame diretto e organico dell'Azione Cattolica con la diocesi e con il suo vescovo, [...] il sentirsi "dedicati" alla propria Chiesa e alla globalità della sua missione; il far propri il cammino, le scelte pastorali, la spiritualità della Chiesa diocesana, tutto questo fa dell'Azione Cattolica non un'aggregazione ecclesiale fra le altre, ma un dono di Dio e una risorsa per l'incremento della comunione ecclesiale»[38]. Per questo, ha affermato Giovanni Paolo II, «la Chiesa non può fare a meno dell'Azione Cattolica»[39].

L'esperienza aggregativa dei laici ha da sempre però i caratteri della ricchezza e della varietà. Nel passato ha prodotto tante forme significative di itinerari formativi e di presenze nella società, che continuano a dare frutti e che non vanno dispersi. Oggi la Chiesa si arricchisce anche di nuove realtà, che contribuiscono a «una nuova stagione»[40] della sua vita. Essa è il frutto maturo della libertà riconosciuta ai fedeli laici nel contesto dell'ecclesiologia di comunione e rappresenta nello stesso tempo la risposta alla varietà di carismi che lo Spirito suscita per rispondere alle istanze emergenti dalle situazioni storiche in continuo divenire. Grazie a tali carismi l'intera comunità trova forme nuove con cui sostenere, in particolare, il proprio compito di evangelizzazione.

Molteplicità e varietà delle aggregazioni, per non dare luogo a dispersione o contrapposizione, esigono complementarietà[41] e convergenza nel «partecipare responsabilmente alla missione della Chiesa di portare il Vangelo di Cristo come fonte di speranza per l'uomo e di rinnovamento per la società»[42]. Le aggregazioni attuano ciò concretamente con l'impegno «a convergere nelle scelte pastorali della Chiesa in Italia e della propria Chiesa particolare, al cui piano pastorale offrono il contributo della loro esperienza con la peculiarità del proprio stile comunitario»[43]. Esprimiamo, perciò, il nostro incoraggiamento alla Consulta Nazionale delle Aggregazioni Laicali per il cammino intrapreso al fine di rendere più organico e più coordinato il lavoro apostolico, formativo, missionario delle aggregazioni stesse.

Il nostro sguardo si allarga poi, dai laici consociati, a tutti quei laici e laiche che - nella semplicità della loro esistenza, nella silenziosa comunione con la Chiesa, nella coerenza fra vita e fede, nell'onestà della condotta, nelle responsabilità dei propri compiti domestici, professionali, sociali - costituiscono la gran parte dei fedeli delle nostre Diocesi e «operano santamente, consacrando a Dio il mondo stesso»[44]. Sono essi il "tessuto basilare" delle comunità della Chiesa; tra loro è diffusa in molte forme la «semplicità e purezza nei riguardi di Cristo" (2Cor 11,3).

Anche a questa moltitudine di laici si indirizza questo nostro messaggio, che certifica la grande attenzione e ammirazione dei pastori della Chiesa per la loro testimonianza concreta e discreta, il loro quotidiano servizio alla Chiesa, la loro comunione con i fratelli di fede e di umanità vissuta nella spontaneità delle occasioni. Anche a loro chiediamo di "restare sul campo", nel mondo che cambia e nella Chiesa, ben sapendo che «moltissimi uomini non possono né ascoltare il vangelo né conoscere Cristo se non per mezzo di laici, che siano loro vicini»[45].

Ricordando come Gesù, nell'intimità del dialogo e nello spezzare il pane eucaristico, svelò il suo volto ai due discepoli di Emmaus, indicando l'Eucaristia come sorgente e paradigma della costitutiva unità di fede e di amore della Chiesa, sproniamo tutti i fedeli laici a trovare in quel Mistero la ragione e la forma di una profonda comunione da realizzare quotidianamente e testimoniare al mondo: un'autentica regola di vita; una loro precisa identità; una sola supplica, un solo Spirito, una sola speranza nella carità, nella gioia pura e santa. Tutti riuniti in un solo tempio di Dio, attorno a un solo altare, nell'unico Gesù Cristo[46].


III. - "E partirono senz'indugio"



«E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme».

(Lc 24,33)


Solo quando sperimentano che la presenza di Gesù era effettivamente reale, i due discepoli possono ritrovare il senso profondo della propria vocazione e riprendere con gioia ed entusiasmo la via della missione. Vocazione e missione che consistono nell'attestare agli altri, in modo appassionato e contagioso, "ciò che è accaduto lungo la via" e che è stato decisivo per loro stessi. Il riconoscimento di Gesù risorto avviene nella memoria della sua vicenda alla luce delle Scritture e nella condivisione del pane spezzato.


11. Sale e lievito nel mondo

Il mistero di comunione dentro il quale il laico cristiano si trova vitalmente inserito, in forza del proprio Battesimo, lo porta a trasfigurare l'intera esistenza umana, in tutte le sue dimensioni di vita, personale, familiare, sociale; nelle diverse fasce di età, dall'infanzia alla giovinezza, alla maturità, alla vecchiaia; nelle molteplici esperienze esistenziali quali l'amore, il dolore, la gioia, il divertimento, la malattia, il lavoro, la cooperazione, la cultura, la politica. La sequela di Cristo e la vita nel mondo, per il laico cristiano, non sono due strade separate - l'una sacra, l'altra profana - da percorrere in parallelo, come esperienze autosufficienti e impermeabili. Sono invece l'espressione di una medesima chiamata alla santità, in cui ogni momento, collegato agli altri, consente la circolazione benefica di un unico flusso di amore, di grazia e di missione.

Sull'importanza di una corretta sintesi tra fedeltà al Vangelo e responsabilità personale nell'applicarlo alle scelte quotidiane nel dialogo tra Chiesa e mondo[47], dobbiamo tornare a riflettere insieme. Se lo Spirito Santo è il protagonista ultimo della vita personale, così come lo è della vita della Chiesa, non si può ritenere che ci sia un'isola spirituale, cioè la comunità ecclesiale in cui affidarsi alla guida dei pastori, e uno spazio operativo, cioè il mondo, dove si è soli con la propria autodeterminazione. La responsabilità laicale comincia nel partecipare attivamente là dove si assumono i grandi orientamenti delle scelte cristiane sotto la guida di pastori; la fedeltà a Cristo e alla Chiesa continua là dove si vive immersi nel mondo e nella relativa autonomia dei suoi ambiti[48]. Parte integrante di questa sintesi di vita del laico è la capacità di raccordare sapientemente il suo essere e servire nella Chiesa, con il compito di animare cristianamente la realtà del mondo. Tutto rientra sotto la luce dello Spirito.

Da parte della Chiesa, oggi più che mai, vi è una duplice attesa nei confronti dei laici. Da un lato, essa ripropone gli ampi spazi di servizio in cui i laici possono e debbono dare il proprio specifico apporto, dall'evangelizzazione alle varie forme di educazione alla fede e alla preghiera, alla celebrazione dei sacramenti, alla carità fraterna, all'attenzione ai poveri, soprattutto attraverso iniziative di volontariato e scelte profetiche di condivisione e di solidarietà, ecc. Dall'altro lato, li esorta ad assumere in pieno la prossimità con tutti gli uomini e le donne del proprio tempo, con i loro problemi e i loro percorsi sociali e culturali. Spetta al laico saper declinare nelle situazioni "secolari" l'annuncio cristiano. Spetta a lui trovare le parole per comunicare, in modo vero ed efficace, l'unica Parola che salva, portare l'annuncio della misericordia e del perdono nella città degli uomini, inserendolo nelle sue leggi, dialogare con le culture in cui è immerso, imparare ad ascoltarle, a metterle in crisi, a rianimarle alla luce del Vangelo.

In questo modo il laico cristiano contribuisce a incarnare, nella storia e nel tessuto della vita umana, la missione della Chiesa, come «sacramento universale di salvezza»[49]. In piena comunione con l'intera comunità cristiana è suo specifico compito adoperarsi per creare occasioni di testimonianza e di comunicazione del Vangelo. «nella vita quotidiana, nel contatto giornaliero nei luoghi di lavoro e di vita sociale [...]. Qui si incontrano battezzati da risvegliare alla fede, ma anche sempre più numerosi uomini e donne, giovani e fanciulli non battezzati, eredi di situazioni di ateismo o agnosticismo o seguaci di altre religioni»[50] cui offrire l'annuncio della Parola che salva.


12. L'intelligenza delle situazioni

La peculiare diaconia del laico, nelle ordinarie condizioni di vita, deve aiutare la Chiesa a decifrare i segni di Dio sparsi nella storia e ad irradiare i semi della sua Parola. Come ricorda il Concilio Vaticano II, «bisogna che i laici assumano l'instaurazione dell'ordine temporale come compito proprio e in esso, guidati dalla luce del Vangelo e dal pensiero della Chiesa e mossi dalla carità cristiana, operino direttamente e in modo concreto»[51]. A tal fine non basta un'analisi superficiale ed affrettata della realtà; occorre un vero e proprio discernimento evangelico, che sappia fare sintesi fra il dono della fede e le risorse dell'intelligenza e che non sia fine a se stesso, ma aiuti a individuare e suggerire linee di priorità, indicazioni di metodo, prospettive di impegno attorno alle quali far crescere un nuovo progetto di vita cristiana, in cui fede e cultura tornino a darsi la mano.

Alle soglie del nuovo millennio cristiano, invitiamo il laicato delle nostre Chiese ad aiutarci a leggere la mappa del nostro tempo e a concorrere efficacemente per far crescere un nuovo modello di vita ispirato ai più alti valori umani e cristiani. In tal modo potranno dare un grande contributo al progetto culturale della Chiesa italiana.

Con questa lettera ci limitiamo, ora, a segnalare quelle che, a nostro giudizio, sono le zone più delicate di questa mappa, dove l'assenza del Vangelo appare oggi più grave e la necessità di una nuova semina missionaria si rende più urgente. Per comodità di sintesi, ci piace condensarle intorno alla categoria della "relazione", che trova nel mistero della comunione trinitaria la sua radice e la sua forma. L'incontro con il mistero della comunione che c'è tra le tre divine Persone, da una parte ci rivela il senso unitario della vita e ci riscatta dal peccato, dall'altra fonda l'intera rete di relazioni che segnano la vita di ognuno di noi.

La relazione con Dio è il fondamento originario e il modello liberante di ogni altra relazione umana - dalla relazione con noi stessi, a quella con gli altri fratelli e sorelle e con la natura -, conferendole un senso pieno e un valore autentico. Dobbiamo, pertanto, ritrovare il senso ultimo del nostro incontro con Dio in Cristo nel cuore stesso di ogni apertura relazionale, a cominciare da quella relazione riflessiva, dell'io con se stesso, dalla quale dipende la nostra identità personale, per arrivare alla relazione con gli altri nella fraternità universale e a quella con il creato affidato alle nostre mani.


13. La luce della fede sulla persona e il suo profondo

Nel ritorno al più profondo del nostro io, possiamo incontrare colui che «è più interiore a me di me stesso»[52]. Non possiamo incontrare Dio senza rientrare in noi stessi, senza riconoscere la nostra fragilità e confessare il nostro peccato e senza scendere ai risvolti più reconditi del nostro essere, dove nascono i pensieri e le decisioni e da dove scaturiscono gli orientamenti di vita. Qui si va a toccare il rapporto che abbiamo con la coscienza e le scelte che da essa scaturiscono; con il corpo e la salute; la sessualità e gli affetti; l'intelligenza e la volontà; la fragilità somatica e la profondità spirituale. Come non vedere quanto sia ardua, oggi, una sintesi armonica fra questi ambiti?

Il valore del corpo è spesso assimilato a quello di un puro strumento gratificante, da idolatrare o mortificare a seconda delle circostanze. La sessualità rischia di essere misconosciuta nella sua profondità antropologica, che ne fa il linguaggio dell'amore umano, attraverso il quale il dialogo fra l'uomo e la donna può diventare dono integrale di sé, mistero di comunione e di vita, e - nella responsabilità liberamente assunta in un patto sponsale - indissolubile fondamento della cellula familiare. Affettività e genitalità, invece, appaiono oggi sempre più come esperienze ludiche e incontrollabili, da consumarsi in modo spensierato nel circuito insindacabile e spontaneo degli affetti privati, con la conseguenza della fragilità e della precarietà dei legami affettivi coniugali e familiari. Al contrario, all'esercizio "freddo" della razionalità e dell'intelligenza sono riservati gli spazi delle relazioni sociali anonime, entro i quali farsi largo con la logica utilitaristica del calcolo e della competizione.

La possibilità di incontrare il Signore della vita, nel cuore della mia più profonda interiorità in cui io incontro me stesso, distingue la fede da qualsiasi evasione alienante e ne fa uno straordinario "valore aggiunto" recato dal cristianesimo, che consente di unificare il vissuto umano, nel segno di un'autentica integrità antropologica. I cristiani hanno molto da dire al riguardo.


14. Novità cristiana e rapporti sociali

Anche la sfera delle relazioni interumane richiede di essere rapportata a Dio. Il Padre di tutti non può essere estraneo ad ogni relazione dell'io con l'altro.

La relazione uomo-donna, ad esempio, alla quale il Creatore ha impresso lineamenti originari "divini", viene banalizzata o distorta da concezioni e prassi odierne ampiamente divulgate. Lo stesso accade per la relazione con il prossimo e con lo straniero; con chi incontro occasionalmente e con coloro con i quali condivido una storia, una cultura, un ethos, fatto di comportamenti solidali e sostenuti da istituzioni al servizio del bene comune.

La differenza fra l'io e l'altra persona è caratterizzata da una molteplicità di atteggiamenti: l'egoismo la trasforma in distanza indifferente o, peggio, in fonte di contrasto e ostilità insuperabile; la giustizia cerca di presidiarne in modo imparziale i confini, stendendovi una rete di diritti e di doveri; l'amore invita a oltrepassarla, in nome di una generosa gratuità oblativa. La fede in Gesù Cristo non può lasciarci indifferenti rispetto a questi diversi modi di vivere la relazione, né può mai rassegnarsi a chiusure settarie o ad aperture strumentali. In lui scopriamo la radice ultima della nostra comune umanità, che ci fa vedere in ogni persona un nostro fratello.

In un mondo globalizzato, continuamente in bilico tra il sogno di un nuovo ordine mondiale e feroci sussulti di violenza terroristica, questo richiamo pacificante alla fraternità è particolarmente attuale ed urgente. Esso dà un fondamento legittimo all'appello, volto alla solidarietà fra i popoli e le nazioni, e contiene una condanna severa e inequivocabile nei confronti di ogni forma di mortificazione e distruzione della vita umana: da quelle che sono frutto di una ferocia cieca e inconsulta, a quelle che cercano un'ambigua e discutibile copertura giuridica, come - a livelli diversi - l'aborto, l'eutanasia, la manipolazione genetica, la pena di morte e la guerra legittimata come strumento preventivo di soluzione dei conflitti.

In una convivenza umana, ferita dal peccato personale e mortificata da vere e proprie «strutture di peccato»[53], il cristiano deve alimentare la profezia evangelica di una civiltà fraterna, traducendola in una nuova sintesi di giustizia e amore, capace di mettere in equilibrio, nella città degli uomini, l'obbedienza alla legge e la gratuità del dono. Come possiamo abitare il mondo dell'economia e della politica, dei mass-media e della cultura, della scienza e della tecnologia, riconoscendone le leggi costitutive, ma nello stesso tempo professandovi, in modo non retorico o indolore, il messaggio liberante del Vangelo?

Questa sintesi non riguarda soltanto l'ambito immediato della testimonianza personale, ma deve attraversare in modo benefico tutti gli orizzonti più ampi della convivenza, per i quali la mediazione della politica appare come una forma alta e irrinunciabile di servizio alla persona umana e di promozione del bene comune. La società ha oggi bisogno di una rinnovata dedizione cristiana alla politica, che sappia porsi in ascolto della dottrina sociale della Chiesa, levando la sua voce - in modo realmente libero e profetico - in difesa della partecipazione e delle istituzioni democratiche, e progettando nuove forme di incontro fra etica ed economia, per sconfiggere la grande tentazione dell'individualismo[54].


15. L'ecologia interpella la coscienza cristiana

Nel creato, infine, possiamo ritrovare le tracce indelebili dell'opera di Dio: sia quando l'occhio si spinge oltre i confini del nostro mondo abitato, verso gli spazi siderali più remoti e inaccessibili, circa i quali le domande sull'origine del cosmo e della vita diventano ineludibili e affascinanti; sia quando riusciamo a scandagliare le strutture elementari dell'atomo e della cellula, sospinti dalla nobile aspirazione di risanare anomalie e alterazioni della vita biologica ma anche in pericolo di cedere all'antica tentazione di "essere come Dio".

L'uomo può incappare nel delirio di onnipotenza oppure ritrovare l'equilibrio con il mondo naturale, dietro al quale s'intravede il mistero di un cosmo ordinato, che custodisce ed attesta la misura della nostra grandezza e finitezza. Eppure, a volte si ha l'impressione che per l'uomo contemporaneo il mondo sia muto, ridotto ad uno strumento inerte nelle sue mani, e che questa presunta neutralità possa autorizzare qualsiasi arbitrio manipolativo, in cui i termini corretti del rapporto tra scienza e tecnica, tra etica ed economia rischiano di essere stravolti.

Crediamo che spetti al laico il compito di adoperarsi concretamente per spingere in profondità la sonda dell'umana intelligenza e ridisegnare continuamente i termini di un corretto equilibrio fra azione e contemplazione nel nostro rapporto con il creato. Il mistero di Dio non teme la ricerca dell'uomo, quando essa è veramente libera e genuina, e non esige mai di mortificarla o di bloccarla: al contrario, la orienta e l'arricchisce, dilatando continuamente i suoi confini troppo angusti. «La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità»[55].


16. Con lo sguardo rivolto al Signore, prendiamo il largo

«Con lo sguardo fisso al mistero dell'incarnazione del Figlio di Dio, la Chiesa si appresta a varcare la soglia del terzo millennio»[56]. Con lo sguardo rivolto al Signore Gesù, il Papa ci ha invitati a prendere il largo, a disegnare un grande progetto cristiano per il nuovo millennio: «Il cristianesimo è grazia, è la sorpresa di un Dio che, non pago di creare il mondo e l'uomo, si è messo al passo con la sua creatura, e dopo aver parlato a più riprese e in diversi modi "per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio" (Eb 1,1-2)»[57].

Questa sorpresa di Dio, tenuta in serbo dalla comunità cristiana come un dono assolutamente gratuito e sorgente di stupore, è affidata a noi tutti; a voi laici soprattutto, che sperimentate ogni giorno il miracolo della vita e la fragilità dell'esistere, la gioia degli affetti e la fatica del lavoro, la sete di felicità e lo scandalo del male. Anche voi siete chiamati a comunicare questa sorpresa di Dio, nelle forme dirette dell'annuncio e del dialogo, e in quelle - più discrete, ma non meno eloquenti - della condivisione e della testimonianza. Nella vostra vita parla, in un certo senso, tutta la comunità cristiana, che, proprio per questo, ha bisogno delle vostre parole e delle vostre mani, della vostra intelligenza e del vostro cuore.

In questo momento storico, in cui si va plasmando la complessa fisionomia di una nuova civiltà planetaria; mentre la comunità cristiana italiana si prepara a celebrare nel 2006 a Verona il suo quarto Convegno ecclesiale nazionale, che ruoterà intorno a tali problemi, c'è bisogno di una nuova primavera del laicato, che possa letteralmente rianimare, in forme significative e comunicabili, tutti gli ambiti di vita in cui un fedele laico può essere apostolo: nell'evangelizzazione e santificazione, nell'animazione cristiana della società, nell'opera caritativa; nell'azione pastorale della Chiesa, così come nella famiglia e nella vita pubblica; in forme individuali e associate; delineando un nuovo stile di vita, segnato dalla conversione dell'intelligenza e degli affetti, in cui l'intera rete delle relazioni con se stesso, con gli altri e con il creato sia abitata dal soffio dello Spirito. Ma per fare ciò bisogna ovviamente pregare, riflettere, estrarre dal nostro tesoro «cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52): essere cioè veri cristiani.

Facendoci eco della voce del Signore, chiediamo al laicato delle nostre Chiese di "venire nella vigna", operosi e missionari, così che questa nazione, la quale ebbe la grazia di ricevere il Vangelo nella prima ora dell'era cristiana, sia in grado di custodirlo e di irradiarlo nel nuovo millennio. Il mondo e la Chiesa hanno bisogno, di cristiani autentici, che sappiano essere "testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo".





[1] Cfr Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 30: AAS 57 (1965) 37.

[2] Liturgia delle ore, Lunedì della seconda settimana, Vespri, antifona 3.

[3] Sant'Ignazio di Antiochia, Agli Efesini, IV, 2.

[4] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 31: AAS 57 (1965) 37.

[5] Paolo VI, Discorso al Sacro Collegio, 22 giugno 1973: Insegnamenti di Paolo VI, XI (1973) 642.

[6] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. dogm. Sacrosanctum Concilium, n. 10: AAS 56 (1964) 102.

[7] Messale Romano, Preghiera eucaristica II.

[8] Cfr Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 31: AAS 57 (1965) 37.

[9] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Ecclesia de Eucharistia, n. 24: AAS 95 (2003) 449.

[10] San Cipriano, L'unità della Chiesa cattolica, 6.

[11] Giovanni Paolo II, Omelia per la chiusura della VII Assemblea Generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, 30 ottobre 1987: AAS 80 (1988) 600.

[12] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes,  n. 10: AAS 58 (1966) 1033.

[13] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium,  n. 50: AAS 57 (1965) 56.

[14] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes,  n. 45: AAS 58 (1966) 1066.

[15] Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte, n. 4: AAS 93 (2001) 268.

[16] Conferenza Episcopale Italiana, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 10: «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» 2001, 134.

[17] Giovanni Paolo II, Esort. ap. Christifideles laici, n. 16: AAS 81 (1989) 418.

[18] Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Ecclesia de Eucharistia, n. 21: AAS 95 (2003) 447-448.

[19]   Conferenza Episcopale Italiana, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 68: «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» 2001, 175.

[20] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium,  n. 17: AAS 57 (1965) 21.

[21]   Cfr Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium,  nN. 10 e 34: AAS 57 (1965) 14-15, 39-40.

[22] Seconda Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi, Ultimis temporibus, documento sul sacerdozio ministeriale, 30 novembre 1971, I. 4: AAS 63 (1971) 905.

[23] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium,  n. 26: AAS 57 (1965) 31.

[24]   Seconda Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi, Ultimis temporibus, I, 4: AAS 63 (1971) 906-907.

[25]   Conferenza Episcopale Italiana, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, n. 3: «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» 2004, 136.

[26]   Giovanni Paolo II, Lettera a tutti i vescovi della Chiesa per il Giovedì Santo, 8 aprile 1979: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II (1979) 835.

[27] Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, n. 16: AAS 73 (1981) 98.

[28] Rito del matrimonio, n. 53.

[29]   Conferenza Episcopale Italiana, Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia, n. 12, Roma 1993, p. 31.

[30]   Giovanni Paolo II, Esort. ap. Christifideles laici,  n. 34: AAS 81 (1989) 455.

[31]   Conferenza Episcopale Italiana, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 62: «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» 2004, 172.

[32]   Cfr Conferenza Episcopale Italiana, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 54: «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» 2004, 165.

[33] Concilio Ecumenico Vaticano II, Decr. Apostolicam actuositatem, n. 10: AAS 58 (1966) 847.

[34] Concilio Ecumenico Vaticano II Decr. Orientalium ecclesiarum, n. 1: AAS 57 (1965) 76.

[35] Concilio Ecumenico Vaticano II, Decr. Apostolicam actuositatem, n. 10: AAS 58 (1966) 847.

[36] Concilio Ecumenico Vaticano II, Decr. Apostolicam actuositatem, n. 20: AAS 58 (1966) 855.

[37] Concilio Ecumenico Vaticano II, Decr. Ad gentes, n. 15: AAS 58 (1966) 965.

[38]   Conferenza Episcopale Italiana, Lettera del Consiglio Episcopale Permanente alla Presidenza nazionale dell'Azione Cattolica Italiana, n. 4: «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» 2002, 44.

[39]   Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti alla XI Assemblea nazionale dell'Azione Cattolica Italiana, n. 3: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XXV, 1 (2002) 628.

[40] Giovanni Paolo II, Esort. ap. Christifideles laici, n. 29: AAS 81 (1989) 445.

[41]   Cfr Commissione Episcopale per il laicato, Le aggregazioni laicali nella Chiesa. n. 44: «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» 1993, 114-115.

[42] Giovanni Paolo II, Esort. ap. Christifideles laici, n. 29: AAS 81 (1989) 445.

[43] Commissione Episcopale per il laicato, Le aggregazioni laicali nella Chiesa. n. 34: «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» 1993, 109.

[44] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium,  n. 34: AAS 57 (1965) 40.

[45] Concilio Ecumenico Vaticano II, Decr. Ad gentes, n. 21: AAS 58 (1966) 973.

[46] Cfr Sant'Ignazio di Antiochia, Lettera ai cristiani di Magnesia, n. 7.

[47]   Cfr Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, n. 40: AAS 58 (1966) 1057-1059.

[48] Cfr Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, n. 36: AAS 58 (1966) 1054.

[49] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 48: AAS 57 (1965) 53.

[50]   Conferenza Episcopale Italiana, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 58: «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» 2001, 168.

[51] Concilio Ecumenico Vaticano II, Decr. Apostolicam actuositatem, n. 7: AAS 58 (1966) 844.

[52] Sant'Agostino, Confessioni, 3, 6, 11.

[53] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Sollicitudo rei socialis, n. 36: AAS 80 (1988) 563.

[54]   Cfr Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, n. 30: AAS 58 (1966) 1049-1050.

[55] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Fides et ratio, Preambolo: AAS 91 (1999) 5.

[56]   Giovanni Paolo II, Incarnationis mysterium, Bolla di indizione del Grande Giubileo dell'anno 2000, n. 1: AAS 91 (1999) 129.

[57] Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte, n. 4: AAS 93 (2001) 268.



Fonte: http://www.chiesacattolica.it/cci_new/index.html

 

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